lunedì, gennaio 12, 2026

Ogni prigione è un'isola di Daria Bignardi

 

CONTENUTO

«Ogni carcere è un’isola, ogni isola una prigione.»

Attraverso interviste, racconti e riflessioni, Daria Bignardi mostra come il carcere sia un mondo separato dalla società, e come ogni istituto penitenziario abbia regole, dinamiche e una dimensione propria che lo rendono unico.

«Scrivere un libro significa infilarsi dentro un’ossessione dalla quale non si esce mai, neanche mentre si dorme. E io non voglio stare in carcere per anni, non voglio starci di notte, pensare solo a quello. In carcere si sta male.»

L’autrice racconta le vite dei detenuti, le loro storie personali e l’impatto della detenzione sulla loro esistenza. Le testimonianze coinvolgono anche agenti di polizia penitenziaria, giudici e direttori, offrendo uno sguardo completo sul mondo carcerario.

 

COMMENTO

ISOLA, isolare, isolato, isolamento, isolazione… dalla radice di “isola” emerge subito la condizione psicologica di una prigione. Non solo come luogo a sé, separato dal tutto, ma proprio come spazio che contraddistingue uno stato mentale. Il carcere è disconnessione, allontanamento, partenza forzata.

Titolo e contenuti conducono il lettore in un viaggio che segna. La vita carceraria è presentata come un cammino diverso per ognuno e trasformativo sì, ma in modi e tempi imprevedibili, che riguardano come ciascun detenuto elabori la propria vicenda.

«Avevo solo ventiquattro anni e quell’amicizia fraterna, nonostante alcuni di noi siano morti, altri rovinati dal carcere con condanne trentennali o all’ergastolo, è rimasta. Siamo solo cambiati con la testa, non più calda ma disperata per gli anni di vita che abbiamo perso

Per la maggior parte degli intervistati ricorre il senso di colpa nei confronti delle famiglie. Una colpa che non si esaurisce nel reato, ma che si allarga e si stratifica: colpa per l’imbarazzo causato, per la vergogna subita, per lo stigma che ricade su chi resta fuori. E poi c’è la colpa per l’assenza: non esserci nei momenti importanti, non poter proteggere, sostenere, condividere la quotidianità.

«Nella stanzetta con le sbarre ci aspettavano sette detenuti di età diverse, tutti con lunghe condanne. Prima di iniziare l’intervista ci aggiornavano sui problemi della settimana delle loro famiglie, perché in carcere i prigionieri si sentono in colpa rispetto ai parenti e ne parlano continuamente. Partecipare ai guai dei famigliari glieli fa sentire vicini e permette di metter via per un momento i propri…

Le persone detenute sono devastate dai sensi di colpa. Li abbiamo tutti, figuriamoci chi ha famiglie e vittime che soffrono a causa sua. Ce li hanno persino quelli che finiscono in carcere innocenti

La narrazione è molto oggettiva ma anche partecipe. Alcuni passaggi delle interviste lasciano con il dilemma del perdono un barlume di speranza.

«Io davanti al giudice avevo finto di essere pentito, avevo pianto e avevo chiesto perdono, insomma avevo fatto la scena, e quel ragazzo ci aveva creduto e mi aveva abbracciato! Quel perdono immeritato non l’ho più dimenticato, anche se per anni ne ho combinate ancora: ha lavorato dentro di me finché un giorno ho deciso di meritarmelo davvero e di cambiare vita. Se ce la farò sarà anche merito suo.»

Da questa testimonianza sembra che il bene non vada mai perso, che piuttosto richieda prima di agire tempi strani e insperati. Il fatto che i dati denuncino una spropositata incidenza di suicidi nelle prigioni rivela la necessità di soffermarsi, tra i tanti aspetti, sulla questione della colpa e del perdono.

«Nel 2022, secondo il rapporto dell’organizzazione Antigone, a San Vittore i suicidi sono stati quattro, e cinque a Foggia … L’Italia nel 2022 ha avuto il maggior numero di suicidi di sempre: ottantacinque. In carcere ci si uccide venti volte più che fuori, e negli ultimi dieci anni si sono tolti la vita anche cento agenti penitenziari.»

Il tema del gesto estremo mi porta alla mente l’Amleto di Shakespeare, che resta sospeso tra la scelta se essere o non essere, se combattere o lasciarsi andare e morire. Forse, il senso della detenzione è proprio quello di resistere, di trovare nella prigionia equilibrio e dignità, in una condizione sospesa tra la vita e la morte civile. Il dato dei decessi tra le guardie aggiunge inoltre una forte pressione emotiva. Si tratta di un luogo che, in alcuni casi, non solo non riesce a riparare, ma finisce per aggravare ulteriormente le ferite di chi vi lavora e di chi vi è rinchiuso

Per motivi di studio mi è capitato di recente di visitare la prigione di una grande città. Se ci ripenso, rivedo muri e stanze cieche: i polmoni chiamano aria, le braccia spazio, gli occhi finestre. Benché sapessi di poter uscire, il senso di limitazione della libertà era così forte, che mi sono subito sentita reclusa. Al di là delle ragioni per cui i carcerati si trovano in stato di detenzione, ho pensato a cosa provino le loro famiglie e i loro figli ogni volta che varcano i cancelli di un penitenziario. Per questo credo che sia interessante guardare oltre quei muri per vedere chi è dentro e chi li attraversa. 

Dobbiamo continuamente saltare giù da una scogliera e sviluppare le nostre ali mentre cadiamo.
(Kurt Vonnegut)

 

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