CONTENUTO
«Ogni carcere è un’isola, ogni isola una
prigione.»
Attraverso interviste, racconti e riflessioni, Daria
Bignardi mostra come il carcere sia un mondo separato dalla società, e
come ogni istituto penitenziario abbia regole, dinamiche e una dimensione
propria che lo rendono unico.
«Scrivere un libro
significa infilarsi dentro un’ossessione dalla quale non si esce mai, neanche
mentre si dorme. E io non voglio stare in carcere per anni, non voglio starci
di notte, pensare solo a quello. In carcere si sta male.»
L’autrice racconta le vite dei detenuti, le loro storie
personali e l’impatto della detenzione sulla loro esistenza. Le testimonianze
coinvolgono anche agenti di polizia penitenziaria, giudici e direttori,
offrendo uno sguardo completo sul mondo carcerario.
COMMENTO
ISOLA, isolare, isolato, isolamento, isolazione…
dalla radice di “isola” emerge subito la condizione psicologica di una
prigione. Non solo come luogo a sé, separato dal tutto, ma proprio come spazio
che contraddistingue uno stato mentale. Il carcere è disconnessione,
allontanamento, partenza forzata.
Titolo e contenuti conducono il lettore in un viaggio che
segna. La vita carceraria è presentata come un cammino diverso per ognuno e
trasformativo sì, ma in modi e tempi imprevedibili, che riguardano come ciascun detenuto elabori la propria vicenda.
«Avevo solo
ventiquattro anni e quell’amicizia fraterna, nonostante alcuni di noi siano
morti, altri rovinati dal carcere con condanne trentennali o all’ergastolo, è
rimasta. Siamo solo cambiati con la testa,
non più calda ma disperata per gli
anni di vita che abbiamo perso.»
Per la maggior parte degli intervistati ricorre il senso
di colpa nei confronti delle famiglie. Una colpa che non
si esaurisce nel reato, ma che si allarga e si stratifica: colpa per l’imbarazzo
causato, per la vergogna subita, per lo stigma che ricade su chi
resta fuori. E poi c’è la colpa per l’assenza: non esserci nei momenti
importanti, non poter proteggere, sostenere, condividere la quotidianità.
«Nella stanzetta con
le sbarre ci aspettavano sette detenuti di età diverse, tutti con lunghe
condanne. Prima di iniziare l’intervista ci aggiornavano sui problemi della
settimana delle loro famiglie, perché in carcere i prigionieri si sentono in
colpa rispetto ai parenti e ne parlano continuamente. Partecipare ai guai dei
famigliari glieli fa sentire vicini e permette di metter via per un momento i
propri…
Le persone detenute
sono devastate dai sensi di colpa. Li abbiamo tutti, figuriamoci chi ha
famiglie e vittime che soffrono a causa sua. Ce li hanno persino
quelli che finiscono in carcere innocenti.»
La narrazione è molto oggettiva ma anche partecipe.
Alcuni passaggi delle interviste lasciano con il dilemma del perdono
un barlume di speranza.
«Io davanti al
giudice avevo finto di essere pentito, avevo pianto e avevo chiesto perdono,
insomma avevo fatto la scena, e quel ragazzo ci aveva creduto e mi aveva
abbracciato! Quel perdono immeritato non l’ho
più dimenticato, anche se per anni ne ho combinate ancora: ha
lavorato dentro di me finché un giorno ho deciso di meritarmelo davvero e di
cambiare vita. Se ce la farò sarà anche merito suo.»
Da questa testimonianza sembra che il bene non vada mai
perso, che piuttosto richieda prima di agire tempi strani e insperati.
Il fatto che i dati denuncino una spropositata incidenza di suicidi nelle
prigioni rivela la necessità di soffermarsi, tra i tanti aspetti, sulla questione della colpa e del perdono.
«Nel 2022, secondo
il rapporto dell’organizzazione Antigone, a San Vittore i suicidi sono stati
quattro, e cinque a Foggia … L’Italia nel 2022 ha avuto il maggior numero
di suicidi di sempre: ottantacinque. In carcere ci si
uccide venti volte più che fuori, e
negli ultimi dieci anni si sono tolti la vita anche cento agenti penitenziari.»
Il tema del gesto estremo mi porta alla mente l’Amleto
di Shakespeare, che resta sospeso tra la scelta se essere o non
essere, se combattere o lasciarsi andare e morire. Forse, il senso della
detenzione è proprio quello di resistere, di trovare nella prigionia equilibrio
e dignità, in una condizione sospesa tra la vita e la
morte civile. Il dato dei decessi tra le guardie aggiunge inoltre una forte
pressione emotiva. Si tratta di un luogo che, in alcuni casi, non solo non
riesce a riparare, ma finisce per aggravare ulteriormente le ferite di chi vi
lavora e di chi vi è rinchiuso
Per motivi di studio mi è capitato di recente di visitare
la prigione di una grande città. Se ci ripenso, rivedo muri e stanze cieche: i
polmoni chiamano aria, le braccia spazio, gli occhi finestre. Benché sapessi di
poter uscire, il senso di limitazione della libertà era così forte, che mi sono
subito sentita reclusa. Al di là delle ragioni per cui i carcerati si
trovano in stato di detenzione, ho pensato a cosa provino le loro famiglie e i
loro figli ogni volta che varcano i cancelli di un penitenziario. Per questo
credo che sia interessante guardare oltre quei muri per vedere chi è
dentro e chi li attraversa.
Dobbiamo continuamente saltare giù da una scogliera e sviluppare le nostre
ali mentre cadiamo.
(Kurt Vonnegut)

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