L’ho scelto per il titolo: "Cuori spettinati". Sembra evocare un disordine emotivo, il
momento in cui dentro tutto fa rumore e ci confonde.
Il libro dello psicologo e ipnotista Matteo Sinatti
è un saggio psicologico che analizza quegli incontri che sconvolgono l’esistenza.
Lo fa con un linguaggio semplice, chiaro e accessibile.
Benché il testo faccia riferimento ai rapporti d’amore,
io riconosco un’analisi universalmente valida: le
dinamiche psicologiche descritte si applicano perfettamente a qualsiasi tipo
di relazione umana, dalle amicizie profonde ai rapporti familiari
o lavorativi. Tutte le storie diventano complesse quando una delle due parti, o
entrambe, ha qualcosa di irrisolto, o quando sono le nostre parti più fragili e
conflittuali a prendere il comando.
«Solo scavando a fondo fra le nostre
componenti irrisolte potremo trovare la nostra autenticità. A quel punto non
avremo più bisogno di indossare maschere e sapremo dare ascolto alle nostre
esigenze profonde senza cercare appoggi in una relazione.»
Questa lettura è stata una cassetta di pronto soccorso
emotivo. Mi ha fatto capire che, anche se non possiamo sempre sapere da
dove abbiano origine le dinamiche altrui, siamo già a buon punto se almeno
conosciamo le nostre.
Mi piace quando l’autore parla di alfabetizzazione
delle emozioni, della necessità di dare un nome a ciò che si sente. In
effetti, non esistono programmi scolastici che ci educhino a questo linguaggio essenziale.
Eppure, il primo passo per trovare equilibrio nel caos potrebbe essere
ascoltare i propri sentimenti, provare a definirli.
«Se non riusciamo a dare un nome a ciò che
proviamo, rischiamo di rimanere intrappolati nelle nostre emozioni ... Ecco perché
tutti dovremmo esercitarci nell’alfabetizzazione emotiva. Saper riconoscere con
precisione ciò che ci attrae in una persona e cosa, invece, potrebbe essere
frutto di un processo di idealizzazione è fondamentale per costruire un
rapporto sano».
Ogni legame affettivo ha
un suo lessico e una sua grammatica fatta di regole,
concordanze ed eccezioni… A mano a mano che si studia una lingua straniera, se
ne apprende la struttura e la si assimila. Per gli affetti è un po’ la stessa
cosa: ci si osserva e si impara a decifrare le parole, i gesti, i silenzi e i modi
di comunicare, finché quel linguaggio diventa familiare e, pur restando due
entità distinte, si diventa un noi.
Se invece qualcosa non funziona,
se ci si trova in un rapporto in cui l’uno impedisce all’altro di esprimersi e
splendere, o lavora per sottrazione, sminuendo e trascurando la persona che
dovrebbe amare, è auspicabile una presa di coscienza. Allontanarsi significa
tutelare e rimettere al centro la propria dignità.
Sinatti si domanda quale sia
il punto di rottura: il limite oltre il quale non è più
possibile tornare indietro. Me lo sono chiesta anch’io. Credo che comportamenti
apparentemente meno gravi, quando si ripetono nella quotidianità, possano spegnere per sempre i sentimenti più belli. Mancare di attenzione
e di ascolto. Trattare con superficialità. Dare per scontata una
presenza. Offrire assenza. O, più silenziosamente, smettere di vedere
chi ci sta di fronte. Ognuno di noi ha un diverso punto di non ritorno.
L’importante è riconoscerlo e stabilire limiti chiari, oltre i quali non vi sia
più appello.
Un passaggio, però, mi ha particolarmente coinvolta,
perché mi ha indotta a riflettere sulle ragioni per cui, all'interno di alcuni
legami, uno dei due possa esercitare un ascendente tanto forte.
«Tutte le persone incontrate nella vita che
hanno un potere di fascinazione su di noi, sono in realtà parti scisse di noi
stessi che abbiamo rimosso e che si sono riportate indietro. Quindi, se
preferiamo non farci ingannare dalle nostre stesse illusioni, dovremo
analizzare accuratamente ogni forma di fascinazione per ricavarne, come
quintessenza, un frammento della nostra personalità, e ci renderemo a poco a
poco conto che, lungo il cammino della vita, non facciamo che incontrare sempre
di nuovo noi stessi, sotto mille travestimenti.»
(Carl Gustav Jung)
Jung parla di proiezione, ma a volte, più
semplicemente, qualcosa degli altri entra in risonanza con una parte di
noi che avevamo messo da parte. Mi piace pensare che, quando ci troviamo in connessione
con qualcuno, c’è un pezzettino di noi che ci viene a
trovare. Il punto, forse, è imparare ad accoglierlo senza smarrirsi
nell'altro, mantenendo intatti i propri confini.
Nel mondo dei sentimenti, si sa, più si studia
e meno si capisce. E il cuore spettinato, in fondo, ce
l’abbiamo in tanti. A chi sta vivendo uno di quegli «amori catartici», come li
chiama lo psicologo, ricordo soltanto che le porte aperte non
servono solo ad accogliere: qualche volta sono molto utili anche per
accompagnare all'uscita chi non è giusto per noi.










