mercoledì, settembre 02, 2026

CUORI SPETTINATI di Matteo Sinatti

 



L’ho scelto per il titolo: "Cuori spettinati". Sembra evocare un disordine emotivo, il momento in cui dentro tutto fa rumore e ci confonde.

Il libro dello psicologo e ipnotista Matteo Sinatti è un saggio psicologico che analizza quegli incontri che sconvolgono l’esistenza. Lo fa con un linguaggio semplice, chiaro e accessibile.

Benché il testo faccia riferimento ai rapporti d’amore, io riconosco un’analisi universalmente valida: le dinamiche psicologiche descritte si applicano perfettamente a qualsiasi tipo di relazione umana, dalle amicizie profonde ai rapporti familiari o lavorativi. Tutte le storie diventano complesse quando una delle due parti, o entrambe, ha qualcosa di irrisolto, o quando sono le nostre parti più fragili e conflittuali a prendere il comando.

«Solo scavando a fondo fra le nostre componenti irrisolte potremo trovare la nostra autenticità. A quel punto non avremo più bisogno di indossare maschere e sapremo dare ascolto alle nostre esigenze profonde senza cercare appoggi in una relazione.»

Questa lettura è stata una cassetta di pronto soccorso emotivo. Mi ha fatto capire che, anche se non possiamo sempre sapere da dove abbiano origine le dinamiche altrui, siamo già a buon punto se almeno conosciamo le nostre.

Mi piace quando l’autore parla di alfabetizzazione delle emozioni, della necessità di dare un nome a ciò che si sente. In effetti, non esistono programmi scolastici che ci educhino a questo linguaggio essenziale. Eppure, il primo passo per trovare equilibrio nel caos potrebbe essere ascoltare i propri sentimenti, provare a definirli.

«Se non riusciamo a dare un nome a ciò che proviamo, rischiamo di rimanere intrappolati nelle nostre emozioni ... Ecco perché tutti dovremmo esercitarci nell’alfabetizzazione emotiva. Saper riconoscere con precisione ciò che ci attrae in una persona e cosa, invece, potrebbe essere frutto di un processo di idealizzazione è fondamentale per costruire un rapporto sano».

Ogni legame affettivo ha un suo lessico e una sua grammatica fatta di regole, concordanze ed eccezioni… A mano a mano che si studia una lingua straniera, se ne apprende la struttura e la si assimila. Per gli affetti è un po’ la stessa cosa: ci si osserva e si impara a decifrare le parole, i gesti, i silenzi e i modi di comunicare, finché quel linguaggio diventa familiare e, pur restando due entità distinte, si diventa un noi.

Se invece qualcosa non funziona, se ci si trova in un rapporto in cui l’uno impedisce all’altro di esprimersi e splendere, o lavora per sottrazione, sminuendo e trascurando la persona che dovrebbe amare, è auspicabile una presa di coscienza. Allontanarsi significa tutelare e rimettere al centro la propria dignità.

Sinatti si domanda quale sia il punto di rottura: il limite oltre il quale non è più possibile tornare indietro. Me lo sono chiesta anch’io. Credo che comportamenti apparentemente meno gravi, quando si ripetono nella quotidianità, possano spegnere per sempre i sentimenti più belli. Mancare di attenzione e di ascolto. Trattare con superficialità. Dare per scontata una presenza. Offrire assenza. O, più silenziosamente, smettere di vedere chi ci sta di fronte. Ognuno di noi ha un diverso punto di non ritorno. L’importante è riconoscerlo e stabilire limiti chiari, oltre i quali non vi sia più appello.

Un passaggio, però, mi ha particolarmente coinvolta, perché mi ha indotta a riflettere sulle ragioni per cui, all'interno di alcuni legami, uno dei due possa esercitare un ascendente tanto forte.

«Tutte le persone incontrate nella vita che hanno un potere di fascinazione su di noi, sono in realtà parti scisse di noi stessi che abbiamo rimosso e che si sono riportate indietro. Quindi, se preferiamo non farci ingannare dalle nostre stesse illusioni, dovremo analizzare accuratamente ogni forma di fascinazione per ricavarne, come quintessenza, un frammento della nostra personalità, e ci renderemo a poco a poco conto che, lungo il cammino della vita, non facciamo che incontrare sempre di nuovo noi stessi, sotto mille travestimenti.»

(Carl Gustav Jung)

Jung parla di proiezione, ma a volte, più semplicemente, qualcosa degli altri entra in risonanza con una parte di noi che avevamo messo da parte. Mi piace pensare che, quando ci troviamo in connessione con qualcuno, c’è un pezzettino di noi che ci viene a trovare. Il punto, forse, è imparare ad accoglierlo senza smarrirsi nell'altro, mantenendo intatti i propri confini.

Nel mondo dei sentimenti, si sa, più si studia e meno si capisce. E il cuore spettinato, in fondo, ce l’abbiamo in tanti. A chi sta vivendo uno di quegli «amori catartici», come li chiama lo psicologo, ricordo soltanto che le porte aperte non servono solo ad accogliere: qualche volta sono molto utili anche per accompagnare all'uscita chi non è giusto per noi.


mercoledì, agosto 26, 2026

I CONVITATI DI PIETRA di Michele Mari


Trama

Durante una cena per festeggiare gli esami di maturità appena sostenuti, un gruppo di compagni di classe fa un patto che, sulle prime, appare più come uno scherzo. In realtà si tratta di una spietata riffa: di anno in anno i partecipanti si impegnano a versare una quota, destinata a crescere e a essere reinvestita. Il montepremi finale andrà soltanto agli ultimi tre di loro che rimarranno in vita.

«Rivadeneyra cercò di rivoltare la frittata facendo presente che il bello cominciava proprio allora, quando la fase sarebbe entrata nella sua fase decisiva e il loro tesoro (lo quantificò, una cifra sbalorditiva) sarebbe stato sempre più reale, sempre più vicino, sempre alla portata dei più forti, dei più sani, dei più risoluti, come un premio della vita …»


Quando diamo il peggio

Questo romanzo, vincitore del Premio Strega di quest’anno, non ha generato in me un particolare coinvolgimento. Ciononostante, ritengo giusto attribuirgli il merito dell’originalità e del coraggio. Non credo che l’intenzione dell’autore fosse quella di suscitare empatia nel pubblico, al contrario, penso che lo volesse proprio destabilizzare. L’aspetto interessante della storia è che consente di assumere una posizione esterna, di osservare l’intera vicenda con uno sguardo distaccato e la curiosità di sapere come andrà a finire.

«Arrivò il 22 luglio 2043 (cena numero 69), poi il 22 luglio 2044 (cena numero 70), e per i superstiti nulla era cambiato. Neanche per la Podesta, dentro la quale, oramai perennemente in stato vegetativo, pulsava un piccolo nucleo che sembrava voler dire: “Nun Moro!”»

Gli studenti invecchiano di pagina in pagina e, quelli di loro che sopravvivono, oltrepassano la novantina. Sono personaggi avidi, cinici e del tutto privi di compassione. Pochissimi sono i compagni disinteressati alla scommessa o che non ne diventano schiavi.

Non cambiano, non evolvono. Restano fino alla fine congelati nei difetti che li caratterizzano o nelle manie di cui sono succubi. Chi legge non rischia l’immedesimazione perché le figure del romanzo sono caricature refrattarie al dolore, affettivamente anestetizzate, mi verrebbe da dire senz’anima.

«…Dei tredici che lo avevano condannato all’espulsione dovevano essere morti, perché a un certo punto non li vide più arrivare …Ne rimanevano dunque sei, tre puttane (…) e tre bastardi (…) e di quel passo avrebbero superato il crinale degli ottant’anni trascinandosi dietro anche lui, per cui era deciso, avrebbe colpito alla prima occasione.»

Non ci sono rinascite. Non ci sono rivoluzioni. Il fine intimo di ciascuno, a qualunque costo, è la vittoria. L’unico guizzo avviene nel momento in cui alcuni degli ex liceali, oramai anzianissimi, si trovano a convivere. Nella quotidianità, per forza di cose, trovano argomenti e ricordi che esulano dalla loro iniziale scommessa.

Michele Mari, con il suo romanzo, indaga attraverso la satira e il grottesco il tema della decadenza morale e fisica dell’essere umano. Per contrasto, la vecchiaia, età della saggezza e della pace, viene mostrata come la versione più arida e incattivita della gioventù.

Questo libro mi ha ricordato molto Limonov, nella biografia di Emmanuel Carrère, per l’insofferenza che mi ha suscitato. E la ragione, analogamente a quando lessi Carrère, è il fatto di dover prestare continuamente attenzione a qualcosa che è diametralmente opposto ai miei valori. Restare connessi nonostante questo, però, consente di imparare ad ascoltare anche ciò che ci irrita.

Nel corso della lettura mi sono chiesta: cosa ci fa tirare fuori il peggio? Non credo che sia un meccanismo necessariamente legato ai soldi o alla paura di perderli. Sì, certo, l’avidità estrema è all’origine dei peggiori mali di ogni tempo. Ma nella quotidianità di ognuno? Diamo il peggio quando sentiamo minacciata la nostra sicurezza o il nostro ruolo. Diamo il peggio quando opponiamo resistenza all’ascolto per paura di perdere le nostre certezze. Quando il nostro ego fa troppo rumore e abbiamo la ridicola presunzione di essere l’inizio e la fine di ciò che sta fuori. Diamo il peggio quando prendiamo l’abitudine a stare nel buio fino a diventare oscurità. Proprio come I convitati di Pietra.

Il romanzo di Michele Mari ha richiesto l’impegno di stare in un universo umano che ripugna, ma proprio questo ha indotto un’autoriflessione… e non è poi tanto male ricordarsi come non si vuole essere o cosa non si vuole diventare.


“Il male non è soltanto ciò che si fa: è anche il vuoto che si lascia quando non si è capaci di opporre il bene.”
Fëdor Dostoevskij (Adattamento dai diari / I fratelli Karamazov)

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venerdì, agosto 21, 2026

MA I LIBRI LO SANNO di Roberta Corradin

 

QUANDO IL TITOLO PROMETTE BENE…

Ho scelto il libro affidandomi completamente al titolo… ma non è stato proprio quello che mi aspettavo.

«Dagli un’occhiata, non mi sembra male come storia. Un gruppo di donne, tutte ex dello stesso uomo, che invece di scannarsi hanno realizzato insieme un progetto un po’ fuori di testa, hanno trasformato la sua biblioteca in un posto dove si può stare a dormire e anche a viverci».

Mi immaginavo una vicenda che evocasse il magico potere dei libri: testi antichi e preziosi, capaci di sussurrare al lettore. Mi aspettavo di scorgervi quella forza rivelatrice che io per prima ricevo da loro.

«Un libro sa sempre quando entrare nella tua vita, e perché. Per dirti di cambiare tutto o solo qualcosa. Per aiutarti a r-esistere. Per farti respirare pensieri non tuoi».

Invece, nell’arco della narrazione, vengono spostati, parcheggiati, ma rivelano poco al di là del loro valore oggettivo e storico. Stannoin attesa di essere collocati in una nuova architettura. I veri protagonisti sono piuttosto gli esseri umani e, per alcuni di loro, il rapporto con la lettura.

Il defunto proprietario di questa preziosa collezione, irriducibile casanova, mi risulta sgradevole fin dall’inizio. Gli concedo un bonus giusto perché salva un cagnolino poco prima di morire. È lodevole che le decine di ex si diano tanto da fare per salvare la sua inestimabile libreria, che depongano reciproche rivalità e insofferenze per mettere in atto uno straordinario progetto. Ma il centro non sono i libri. Questi sono semmai lo scenario, lo sfondo: sono attori non protagonisti. I personaggi non sono privi di fascino, tuttavia sono tanti gli intoppi e tante le storie nella storia.

Quando guardo un film che si complica di complicazioni, cambio programma. Ecco, con questo libro è stato così: l’ho interrotto, l’ho ripreso e mi sono assegnata il compito di finirlo.

Ne valeva la pena, perché comunque la vicenda guadagna interesse strada facendo, ma la mia anima esploratrice è rimasta delusa: avrei voluto sentire la voce dei libri, non solo vedere gli scaffali.

«La cultura è quel che ti resta dei libri che hai letto, dopo che li hai dimenticati.»

 

(🤔 e io che scrivo questo blog per non dimenticarmeli...)


martedì, agosto 11, 2026

XY di SANDRO VERONESI



QUANDO L'INCONCEPIBILE IRROMPE

In un bosco a pochi passi da un borgo avviene una strage terribile e indicibile per crudeltà. Gli abitanti del villaggio che, ancora prima della polizia, accorrono sul luogo del delitto sembrano precipitare lentamente nella follia. Don Ermete e la psicologa Giovanna Gassion cercano di occuparsi della comunità sconvolta.

L’inizio del romanzo sembra preludere a un thriller, eppure si tratta di una vicenda a sfondo profondamente filosofico. Benché i lettori restino appesi a ogni pagina, come se ciascuna riga dovesse rivelare informazioni essenziali a dipanare la matassa, l’evoluzione della storia è legata alle reazioni degli esseri umani in balia di eventi tragici e incomprensibili.

 

X E Y TRA FEDE E SCIENZA

Sandro Veronesi ha affermato di aver scritto il libro dopo la morte dei genitori, emotivamente provato dalla difficoltà di elaborarne la perdita. 

Sviluppa la tematica attraverso una sorta di doppio binario; X e Y rappresentano, attraverso i personaggi del curato e della psicologa, due dimensioni: la fede e la scienza che si confrontano dinanzi al male.

Di fronte al dramma e all'imponderabile, di solito, l’animo umano ha l’opzione tra due cammini diversi.

Il primo è quello della ragione, che cerca di analizzare i fatti attraverso un percorso di ricerca delle cause. La mente elabora le proprie risposte e, solo giungendo a una conclusione logica, si appaga e accetta.

L’altro percorso è quello dello spirito, che accoglie gli eventi per fede, anche se non li spiega. La via dell’accettazione non chiede dimostrazioni, prende atto dell’esistenza di qualcosa di umanamente incomprensibile, fuori da ogni controllo.

Don Ermete e Giovanna cercano di aiutare la comunità e, nel farlo, anche di salvare se stessi dal proprio personale trauma. Perché anche chi cura vive la tragedia.

A prima vista potrebbero sembrare lontani anni luce, eppure, proprio nella loro diversità, alla fine quasi si assomigliano. Si capiscono e si integrano a vicenda. Giovanna, benché sia un medico, non è chiusa nel dogmatismo scientifico. Lo stesso don Ermete è un uomo di chiesa, aperto all'ascolto di tutti.

«Allora: io lo capisco che per te è difficile, ma ti prego di considerare che non sono poi tanto diverso da te… Perché Dio può essere solo dentro la scienza e non fuori, nell’attualità del mondo e mai contro di essa. Faccio parte di una generazione di preti molto liberi…»

 

IL RIFIUTO

Quando l'essere umano oppone resistenza alle cose che gli accadono e di cui non comprende l’origine, va in crisi. La non accettazione porta a scappare dalla realtà negandola o distorcendola.

«Erano loro stessi che si occupavano gli uni degli altri, tutti i loro affetti erano circoscritti in quel luogo, e adesso in quel luogo è come se si fosse aperta una voragine, dalla quale salta fuori un mostro, il passato, che se li sta divorando.»

Mi sono chiesta come abbia reagito io in circostanze tragiche. In effetti, mi sono congelata, come se ciò che stava accadendo riguardasse un'altra persona e io lo osservassi dall'esterno. In un'altra situazione, invece, è stato come se quanto era successo fosse una farsa, uno scherzo. Non poteva essere vero. Di fatto, stavo negando qualcosa che non ero ancora in grado di assimilare.

E allora penso alle catastrofi, ai terremoti, alle epidemie, alle ingiustizie: «più o meno a tutti, in scala piccola o in scala grande, in scala grande o collettiva viene chiesto di accettare» (Sandro Veronesi).

 

TORNARE IN SÉ

In definitiva, la riflessione non è tanto sul perché, ma sul come. Le tragedie avvengono e questo è un dato incontrovertibile.

Le strategie alle quali la mente ricorre per proteggersi dalla violenza dell’urto sono parecchie: evitare il dolore, inventarsi altro, scappare e rifugiarsi altrove. Come un analgesico potente, queste difese anestetizzano, ma non cambiano i fatti.

Il passo determinante da compiere, ancora prima di prenderne coscienza, è riuscire a ritrovare il proprio centrorestare fermi, fidarsi del proprio senso per la vita, offrirsi al dolore, perché questo è il solo modo di resistere e tornare finalmente in sé:

«Io torno ad essere me, e il mondo il mondo. Credo davvero che, dopo lo shock subito, dovevo essere precipitato in una specie di coma spirituale, fradicio di paura, ottuso, a un passo dalla fine…»

Ho letto il romanzo alla ricerca di un colpevole e, quando sono arrivata alla fine, mi sono interrogata non su cosa ci uccide, ma su che cosa ci salva.


L'intervista a Sandro Veronesi 🎥

Sandro Veronesi, XY dieci anni dopo: "Siamo sotto l'assedio del virus, rischiamo di impazzire"




lunedì, agosto 10, 2026

GLI ANNI IN BIANCO E NERO di Francesca Giannone

 


Torno ai miei post dopo qualche mese di silenzio. Assenza giustificata dalla stesura di un importante progetto, il cui esito non è più nelle mie mani ma in quelle dell’universo e forse anche un po’ della fortuna.

Il libro che mi ha sbloccato è stato l’ultimo romanzo di Francesca Giannone, Gli anni in bianco e nero.

La vicenda, nello scenario del Salento degli anni Sessanta, giunge a noi attraverso il percorso di quattro sorelle che crescono nella sartoria di famiglia: Maria, la maggiore; Giovanna, la ribelle; Ada, timida e intellettuale; Mimì, la più giovane nonché voce narrante della storia. Le loro vite sono governate dal pugno di ferro di Pantaleo, un padre autoritario e violento.

 

MEZZI UOMINI E QUAQUARAQUÀ

Il personaggio paterno porta alla luce uno dei temi più complessi della trama: la contraddizione dell’amore negato.

«Con mio padre, tanto per dire, ero quasi sempre arrabbiata e risentita, eppure questo non significava che gli volessi bene o che tenessi a lui. Tutt'altro. Questo pensavo tra me, quando ancora non sapevo che l’odio, in certi casi è solo un altro modo di chiamare l’amore, se è negato.»

ll romanzo mostra il paradosso di un padre che dà il peggio di sé a chi lo ama. Il genitore viene dipinto a tinte così cupe e pertinenti da rappresentare magistralmente tutto il grezzume, la pochezza e l’ignoranza di alcuni maschi di quella e altre generazioni. Del resto, Pantaleo finisce per delineare con precisione i confini di ciò che non si deve tollerare.

«Un uomo che non scappava, un uomo che c’era sempre e che ti considerava l’unica donna tra tutte, che voleva te e soltanto te. Forse avrebbe preferito di gran lunga un amore che, come diceva Maria, le dava la sensazione di sapere chi era, anziché uno che l’aveva frantumata in tante piccole schegge.»

 

DONNE SENZA SLOGAN

Le ragioni per cui la lettura coinvolge sono molte. La prima tra tutte è che il libro è donna, lo è in maniera del tutto originale, intensa e significativa. Non lo è per convenzione, lo è con tutto il vigore delle rivendicazioni che racconta.

Oggi lo slogan “io sto dalla parte delle donne” è spesso moda: retorica vuota e ostentata. Io no, io non sto dalla loro parte a prescindere, io mi schiero con le persone che ritengo di dover proteggere indipendentemente dalla categoria di appartenenza.

L’anima del romanzo è ben più profonda. Descrive un mondo in cui il femminile era per la società un elemento decorativo del maschio, al quale si negavano fondamentali diritti. Il marito poteva decidere dove e come vivere anche per la moglie: l’art. 144 del Codice Civile glielo consentiva. La sovrastava e, se lo desiderava, la tradiva senza incorrere in alcuna sanzione … che potesse accadere il contrario non era neanche lontanamente previsto.

«Così quella dolce signora mi rispose che in Italia c’era una legge per cui l’adulterio veniva considerato reato, ma solo se a commetterlo era una donna. La pena prevista era fino a un anno di reclusione.»

 

NESSUNA RESTA INDIETRO

La narrazione mette in luce, attraverso le sue protagoniste, la forza di tutte coloro che si unirono e si ribellarono a secoli di rozzezza e oscurantismo.

«E allora penso che ciascuna è fatta di tutte le donne che l’hanno preceduta, e al contempo sarà parte di quelle che le succederanno.»

Sante parole! In particolare, la mia generazione, che ha avuto nonne, mamme, zie vissute negli anni in bianco e nero, riconosce visceralmente le proprie radici in quella storia. Ci hanno consegnato libertà e diritti: la facoltà di autodeterminarsi, di scegliere ... la licenza di esistere alle proprie condizioni, di mostrarsi fieramente e fieramente essere viste.

Il libro è donna anche nella sorellanza. Che poi, chi sono le nostre più care amiche se non il prolungamento non genetico delle sorelle?

Giovanna mi posò le mani sulle spalle e si chinò, guancia su guancia. «Sei brava. E glielo farai vedere a quelli lì.» Fissò ancora una ciocca, poi aggiunse: «E se dovessi emozionarti troppo, pensali tutti in mutande».

L’unione tra Maria, Giovanna, Ada e Mimì non è forse la quintessenza dell’amicizia? Quella delle compagne, delle alleate, delle sorelle elette che non si abbandonano mai, anche nelle peggiori condizioni, nell'errore e nel difetto.

«E così, mentre Maria ci teneva accoccolate ciascuna da un lato, allungò un braccio fuori dalla coperta sul letto accanto, e prese la mano di Giovanna.»


A mia figlia Ginetta, custode preziosa di questa importante eredità


 

 


domenica, giugno 07, 2026

ARRIVO A SANTIAGO DI COMPOSTELA - GIORNO 7

 

A chi legge: seguono le versioni in italiano, tedesco, inglese (per gli amici della California) e spagnolo.

Für alle Leserinnen und Leser: Es folgen die italienische, deutsche, englische (für meine Freunde in Kalifornien) und spanische Version.

For my readers: Italian, German, English (for my California friends) and Spanish versions follow.

Para quienes leen: a continuación, las versiones en italiano, alemán, inglés (para mis amigos de California) y español

 


IL CAMMINO INGLESE

GIORNO 7

Sigüeiro – Santiago di Compostela (16 km)

Venerdì 5 giugno 2026


La tappa è facile, veloce. Ci fermiamo a un ristoro a sette chilometri dall’arrivo, poi facciamo un’ultima sosta e pranziamo a un chilometro da Piazza dell’Obradoiro. Forse, in fondo, vogliamo prolungare un po’ l’attesa. Arrivare senza fame né sete e concentrarci soltanto sull’arrivo.


Percorriamo lentamente le ultime centinaia di metri. Sì, proprio noi, quelli veloci. Noi rallentiamo il passo.

Una scolaresca ci arriva alle spalle di corsa, grida di gioia, ci supera di qualche istante. Poi sparisce.

Adesso tocca a noi.

Un signore suona la cornamusa. Passiamo sotto l’arco e finalmente siamo lì.

Gente che ride, si abbraccia, qualcuno si emoziona, qualcuno entra con la bicicletta e si guarda intorno con apparente indifferenza.

Io entro piano nella piazza. Frank mi guarda e l’emozione sale, ma sale lentamente.

Una lacrima furtiva, poi un’altra. Mi guardo intorno.

Poi qualcosa si mette in circolo. Parte dalla pancia, sale nel petto, arriva alla gola e agli occhi. Mi scoppia un pianto, ma un pianto bellissimo.



Le parole che l’aria mi sussurra sono gratitudine, perdono e amore.

Dalla terra mi arriva l’energia della vita. Sento che, nonostante le apparenze, siamo tutti connessi.

Per la prima volta sento non solo di essere abbastanza, ma di essere molto di più. Riconosco la mia bellezza e il mio valore. Capisco che posso smettere di darmi la sufficienza. È arrivato il momento di alzare la media e continuare a crescere.

Un ragazzo, appena arrivato nella piazza, si inginocchia davanti alla fidanzata e le mostra un anello. Tutti gli astanti applaudono. Non sento la risposta della ragazza, ma sembra un sì.

Forse questo è il messaggio che il cammino mi lascia al termine del viaggio: dire di sì. Dirci di sì. Sposare la nostra versione migliore.

 

Il cammino è vita.

Il cammino è in noi.

Il cammino è per sempre.

 

Qualunque sia quella forza che ci tiene in piedi e ci dà il coraggio di continuare ogni giorno, di affrontare le sfide e accettare ciò che non possiamo controllare, l’imperfezione e l’incertezza, ecco, io quella forza la chiamo cammino.

GRAZIE CAMMINO GRAZIE

 


🇩🇪 Deutsche Version

DER ENGLISCHE JAKOBSWEG

TAG 7

Sigüeiro – Santiago de Compostela (16 km)

Freitag, 5. Juni 2026

Die Etappe ist einfach und schnell. Sieben Kilometer vor dem Ziel machen wir eine Pause, dann halten wir noch einmal an und essen nur einen Kilometer vor dem Obradoiro-Platz zu Mittag. Vielleicht wollen wir das Warten noch ein wenig verlängern. Ohne Hunger und Durst ankommen und uns ganz auf die Ankunft konzentrieren.

Die letzten paar hundert Meter gehen wir langsam. Ja, genau wir. Die Schnellen. Wir werden langsamer.

Eine Schulklasse kommt von hinten angerannt, jubelt laut, überholt uns und verschwindet wieder.

Jetzt sind wir dran.

Ein Mann spielt Dudelsack. Wir gehen durch den Torbogen und endlich sind wir da.

Menschen lachen, umarmen sich. Manche sind gerührt. Andere kommen mit dem Fahrrad an und schauen sich mit scheinbarer Gleichgültigkeit um.

Ich betrete den Platz langsam. Frank schaut mich an und die Emotionen steigen auf, aber ganz langsam.

Eine heimliche Träne, dann noch eine. Ich schaue mich um.

Dann beginnt etwas in mir zu kreisen. Es startet im Bauch, steigt in die Brust, erreicht den Hals und die Augen. Ich breche in Tränen aus, aber es sind wunderschöne Tränen.

Die Worte, die mir die Luft zuflüstert, sind Dankbarkeit, Vergebung und Liebe.

Aus der Erde spüre ich die Kraft des Lebens. Ich fühle, dass wir trotz aller Unterschiede miteinander verbunden sind.

Zum ersten Mal fühle ich nicht nur, dass ich genug bin, sondern viel mehr als das.

Ich erkenne meinen Wert und meine Schönheit. Ich verstehe, dass ich mir nicht länger nur eine ausreichende Note geben muss. Es ist Zeit, meine Durchschnittsnote anzuheben und weiter zu wachsen.

Ein junger Mann, der gerade auf dem Platz angekommen ist, kniet vor seiner Freundin nieder und zeigt ihr einen Ring. Alle Umstehenden applaudieren. Ich höre ihre Antwort nicht, aber es sieht nach einem Ja aus.

Vielleicht ist das die Botschaft, die mir der Weg am Ende dieser Reise hinterlässt: Ja sagen. Zu uns selbst Ja sagen. Die beste Version von uns selbst heiraten.

Der Camino ist Leben.
Der Camino ist in uns.
Der Camino bleibt für immer.

Wie auch immer die Kraft heißt, die uns aufrecht hält und uns jeden Tag den Mut gibt weiterzugehen, Herausforderungen anzunehmen und das zu akzeptieren, was wir nicht kontrollieren können – die Unvollkommenheit und die Unsicherheit –, für mich heißt diese Kraft: der Camino.

GRAZIE CAMMINO GRAZIE🙏

 


🇺🇸English Version

THE ENGLISH WAY

DAY 7

Sigüeiro – Santiago de Compostela (16 km)

Friday, June 5, 2026

 

Today's stage is easy and quick. We stop at a café seven kilometres before the finish, then make one last stop and have lunch just one kilometre from Obradoiro Square. Maybe, deep down, we want to stretch out the wait a little longer. To arrive without hunger or thirst and focus only on the arrival itself.

We walk the last few hundred metres slowly. Yes, us. The fast ones. We slow down.

A group of schoolchildren comes running up behind us, shouting with joy. They pass us for a moment and then disappear.

Now it's our turn.

A man is playing the bagpipes. We pass under the arch and finally, we are there.

People are laughing, hugging each other. Some are emotional. Some arrive on bicycles and look around with apparent indifference.

I enter the square slowly. Frank looks at me and the emotion begins to rise, but it rises gently.

One hidden tear, then another. I look around.

Then something starts moving inside me. It begins in my stomach, rises through my chest, reaches my throat and my eyes. I burst into tears, but they are beautiful tears.

The words the air whispers to me are gratitude, forgiveness and love.

From the earth I feel the energy of life. I feel that, despite appearances, we are all one.

For the first time, I feel not only that I am enough, but that I am much more than enough.

I recognize my beauty and my worth. I realize I can stop giving myself a passing grade. It is time to raise my average and keep growing.

A young man, who has just arrived in the square, kneels in front of his girlfriend and shows her a ring. Everyone around them applauds. I don't hear her answer, but it looks like a yes.

Maybe this is the message the Camino leaves me at the end of the journey: say yes. Say yes to ourselves. Marry the best version of who we can be.

The Camino is life.
The Camino is within us.
The Camino is forever.

Whatever that force is that keeps us standing and gives us the courage to carry on every day, to face challenges and accept what we cannot control, imperfection and uncertainty, that force, for me, is the Camino.

GRAZIE CAMMINO GRAZIE🙏

 


🇪🇸Versión en español

EL CAMINO INGLÉS

DÍA 7

Sigüeiro – Santiago de Compostela (16 km)

Viernes, 5 de junio de 2026

 

La etapa es fácil y rápida. Hacemos una parada en un bar a siete kilómetros de la llegada y luego una última pausa para comer a solo un kilómetro de la Plaza del Obradoiro. Quizá, en el fondo, queremos alargar un poco la espera. Llegar sin hambre ni sed y concentrarnos únicamente en la llegada.

Recorremos despacio los últimos cientos de metros. Sí, nosotros. Los rápidos. Bajamos el ritmo.

Un grupo de escolares llega corriendo por detrás, gritando de alegría. Nos adelantan por unos instantes y luego desaparecen.

Ahora nos toca a nosotros.

Un hombre toca la gaita. Pasamos bajo el arco y por fin estamos allí.

Hay gente que ríe, que se abraza. Algunos se emocionan. Otros llegan en bicicleta y miran a su alrededor con aparente indiferencia.


Entro despacio en la plaza. Frank me mira y la emoción empieza a subir, pero lo hace poco a poco.

Una lágrima discreta, luego otra. Miro a mi alrededor.

Entonces algo empieza a moverse dentro de mí. Nace en el estómago, sube al pecho, llega a la garganta y a los ojos. Rompo a llorar, pero es un llanto hermoso.

Las palabras que el aire me susurra son gratitud, perdón y amor.

De la tierra me llega la energía de la vida. Siento que, a pesar de las apariencias, todos somos uno.

Por primera vez  siento no solo que soy suficiente, sino que soy mucho más que suficiente.

Reconozco mi belleza y mi valor. Comprendo que puedo dejar de ponerme simplemente un aprobado. Ha llegado el momento de subir la nota media y seguir creciendo.

Un chico que acaba de llegar a la plaza se arrodilla delante de su novia y le muestra un anillo. Todos los presentes aplauden. No escucho la respuesta de la chica, pero parece que es un sí.

Quizá este sea el mensaje que el Camino me deja al final del viaje: decir sí. Decirnos sí a nosotros mismos. Casarnos con nuestra mejor versión.

El Camino es vida.

El Camino está en nosotros.

El Camino es para siempre.

Sea cual sea esa fuerza que nos mantiene en pie y nos da el valor para seguir adelante cada día, para afrontar los desafíos y aceptar aquello que no podemos controlar, la imperfección y la incertidumbre, yo a esa fuerza la llamo Camino.

GRACIAS CAMINO GRACIAS🙏

CUORI SPETTINATI di Matteo Sinatti

  L’ho scelto per il titolo: "Cuori spettinati". Sembra evocare un disordine emotivo, il momento in cui dentro tutto fa rumore e ...