mercoledì, ottobre 28, 2026

BRUCIA L'ORIGINE di Daniele Mencarelli


 TRAMA

Brucia l’origine di Daniele Mencarelli racconta la storia di Gabriele, un designer romano di umili origini che a Milano ha trovato amore e successo. Dopo parecchi anni di assenza, in occasione dell’anniversario di matrimonio dei genitori, torna a Roma. Qui si ricongiunge con la famiglia, gli amici d’infanzia e un passato che gli mostra, nitida, la distanza tra le proprie radici e la vita che si è costruito.

«E poi ricordare si paga in nostalgia

E lui, da quando si è fermato a casa, ha speso un patrimonio.»

 

 

“SEMO GENTE DE BORGATA”

Come sempre, l'autore conquista con le sue storie e i suoi personaggi, che diventano amici. Gente di borgata, persone autentiche e dure, che hanno imparato a difendersi nelle periferie della capitale… e che dietro alla corazza nascondono, come se fosse una debolezza, una grande sensibilità.

«Agli occhi di Gabriele compare il bambino conosciuto all’asilo, che si faceva pipì addosso e poi scoppiava a piangere, o quello che cadeva di continuo mentre giocavano. Chissà, forse la vita è in questi interstizi di luce. Quando la fragilità dell’infanzia torna a vivere senza vergogna.»

Tra i meriti dello scrittore, c'è quello di portare alla luce i limiti e le asperità di quartieri che lui, uomo del popolo, ben conosce.

La figura centrale del romanzo ricorda tantissimo Daniele di Tutto chiede salvezza e La casa degli sguardi e, proprio come lui, suscita nel lettore una profonda empatia.

L’intera vicenda è pervasa dal senso di inadeguatezza del protagonista, sospeso tra due orizzonti. L’uno collocato nel nord di una metropoli edonista e superficiale, l’altro radicato in una realtà popolare, dignitosa seppure modesta.

Di conseguenza, anche in Gabriele coesistono due anime contrapposte: il designer di successo nella Milano bene e il ragazzino cresciuto in mezzo agli acquedotti del Tuscolano.

«Sbrago nel senso che con te, a Milano, cerco, cerco di essere più…preciso, più presentabile, con voi mica posso essere quello che sono qua, quello che qua sono tutti, voi non avete idea, so’ mondi diversi…»

Benché il titolo Brucia l’origine sembri preludere a una rottura con il passato, il protagonista fa tutt’altro. Il suo sguardo risplende di un affetto indulgente. Riconosce i limiti e la ruvidezza dell’ambiente da cui proviene senza condannarlo, pur osservandolo criticamente.

L’intera riflessione lo riporta al suo cammino altrove, ma l’amore per le origini resta. Forse, la fatica maggiore è realizzare che, mentre gli altri sono rimasti quelli di sempre, lui si trova a fare i conti con la vecchia e la nuova versione di sé. Quando torniamo nei luoghi da cui proveniamo, a volte non sono quei luoghi a essere cambiati. Siamo cambiati noi. E ritrovare ciò che eravamo può diventare un'esperienza dolorosa, anche quando quel passato continua a essere amato.

«Dico ma come hai fatto a rimane’ uguale a otto anni fa, stesso… tutto, stessi posti, stessa vita, identico a come te ricordavo, come hai fatto?»

Il finale rimane aperto. Avrei desiderato per Gabriele una riconciliazione tra le sue due anime, ma forse, da bravo narratore della quotidianità, Mencarelli sa bene che sono tante le cose che, lungo il percorso di ciascuno, restano sospese.

Finché c’è vita, tutto può ancora succedere.

 

“Core mio, core mio, la speranza nun costa niente

Quanta gente c'ha tanti sordi e l'amore no

E stamo mejo noi che nun magnamo mai

Se potrebbe sta' pure mejo, ma che voi fa'

Per ora ce stai te, er resto ariverà…”

 

 

Semo gente de borgata è un celebre brano del 1972 scritto da Franco Califano insieme a Marco Piacente ed Edoardo Vianello. La canzone è stata portata al grande successo dal duo I Vianella, formato da Edoardo Vianello e Wilma Goich, diventando un classico della musica popolare romana.

martedì, ottobre 06, 2026

LA FORZA DEL PASSATO di Sandro Veronesi


Gianni Orzan, un tranquillo scrittore di libri per ragazzi, vede il proprio mondo crollare quando uno sconosciuto gli rivela una verità sconvolgente: il suo defunto padre, creduto da tutti un austero cattolico, era in realtà una spia comunista del KGB.

 

SE AVESSIMO SAPUTO…

Tutto il romanzo si sviluppa all'interno di un inarrestabile flusso di coscienza. La narrazione principale non riguarda tanto i fatti in sé, quanto le conseguenze di questi sulla psiche. Il vero protagonista non è l'Orzan scrittore, ma il suo intero sistema pensante.

Se consideriamo l'infinità di pensieri futili che ci passano per la mente nell’arco di una giornata, si può facilmente intuire perché abbia trovato questo libro particolarmente lento... e anche un po’ noioso.

Ho fatto fatica a incontrare il Veronesi che tanto ammiro. Ciò in cui la sua scrittura non si smentisce, però, è l'ironia: ed è forse proprio questo elemento che mi fa salvare la storia.

«Ricordo che quando giocavo a scacchi c'era un russo -un russo vero di nome Victor Balanda- che si conquistò tutta la mia adorazione, oltre a una leggendaria squalifica a vita, per la sua inclinazione a sbrogliare le situazioni difficili con una gagliarda metasoluzione: stendeva l'avversario con un cazzotto in faccia, mossa che ancora oggi, credo, nell'ambiente viene chiamata “variante Balanda”...»

Per il resto, la narrazione sembra quasi indugiare su ogni minimo dettaglio, rallentando il ritmo in modo esasperante.

Il protagonista mi risulta più simpatico verso la fine quando, sconvolto da una lettera, si lascia sopraffare dalle emozioni e ha un incidente in vespa. Quell'indicazione stradale coperta da un albero è la metafora perfetta di un mondo fuori controllo. Gianni, che fino a quel punto sembra aver passato la vita a proteggersi, cade rovinosamente. Come se ci si trovasse all'improvviso in un quartiere pericoloso, privo di cartelli, insegne o semafori, la vita ci costringe ad affrontare situazioni difficili, senza averlo deciso né meritato.

«Perché ci sono verità terribili che stanno scritte solo nei tetti delle ambulanze e uno riesce a vederle solo quando ci si ritrova sdraiato sotto, un martedì mattina verso mezzogiorno, mentre lo stanno portando all'ospedale con una spalla rotta e una lettera di sua moglie nella tasca della giacca e fuori splende il sole e tutti stanno meglio di lui.»

 

Le cose accadono a prescindere da noi, ma non per questo possiamo evitare di farci i conti. Gianni scopre i segreti della sua famiglia: il padre non è l’uomo che credeva, la madre ha taciuto e persino la moglie, con una confessione, si rivela diversa.

«Ritorno in casa pensando che in fondo è vero, quello che siamo veramente non lo sa nessuno, perché lo nascondiamo e se non lo nascondiamo apposta lo nascondiamo d'istinto.»

La parte interessante, però, non sono gli altri: è lui. Immaginiamo che una persona a cui vogliamo bene non sia chi credevamo; il problema non è lei, che comunque sia, è fatta così. Il problema diventa nostro. La presa di coscienza ci trasforma in "qualcos'altro" alla velocità della luce. Cosa facciamo, allora, con questa nuova versione di noi stessi? E soprattutto, cosa ne facciamo di quella vecchia? Tutto cambia forma e il nostro equilibrio vacilla, costringendoci a un indesiderato cambiamento. Un procedimento complesso, perché richiede di lasciare andare qualcosa di comodo e sicuro: la visione del mondo costruita fino a quel momento.

«È stato come osservare i traslocatori rimettere tutte le cose al loro posto, ecco, una dopo l'altra, nella casa dove hai sempre vissuto e che avevi dovuto lasciare per un certo tempo: alla fine tutto torna come prima, ma l'operazione che lo rende possibile richiede un certo tempo, e durante quel tempo ti accorgi per la prima volta della differenza che c'è tra il muro e la libreria che di solito ci sta appoggiata contro.»

 

Una questione ulteriore che pone il libro è quella delle verità negate. Essere tenuti all’oscuro di qualcosa di importante è devastante. Gianni, preso atto delle nuove rivelazioni, non modifica soltanto l'immagine del genitore, ma deve rileggere se stesso come uomo. Se avesse saputo prima ciò che scopre dopo, sarebbe stato forse un altro tipo di figlio. In ogni caso, non ha potuto scegliere, né conoscersi in quella veste.

Alla luce di questo, ogni singolo giorno della nostra vita, se vissuto all’oscuro di un segreto, andrebbe riscritto. Perché non possiamo sapere come avremmo agito se...

Le verità nascoste non fanno ritornare il passato.

Il passato non è mai andato da nessuna parte: sono gli stessi Natali, le stesse vacanze, gli stessi litigi, le stesse parole dette e non dette. Non possiamo modificarli. Ma una nuova verità cambia, improvvisamente e per sempre, il significato di tutto.

 

... e meno male che l'ho trovato noioso.😌

 

 

lunedì, settembre 14, 2026

LA CASA DEGLI SGUARDI di Daniele Mencarelli

 

TRAMA

La casa degli sguardi di Daniele Mencarelli racconta la storia di Daniele, un giovane poeta tormentato dall'alcolismo, che trova lavoro come addetto alle pulizie presso l'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Il confronto quotidiano con il dolore e, talvolta, anche la morte dei piccoli pazienti lo costringe a guardare dritto negli occhi la sofferenza più profonda, quella dei bambini, quella dei genitori e il suo stesso male di vivere. Ma, pur attraverso continue cadute e ricadute, questa dolorosa immersione nella realtà diventa un'occasione di rinascita… proprio nel momento in cui tutto sembra perduto.

«Genitori e figli, tanti, tantissimi. I figli, dai cinque, sei anni, fin massimo ai dodici, hanno tutti una cosa in comune, come soldati dello stesso esercito. Quasi tutti senza capelli, una mascherina a coprire naso e bocca, una magrezza che non ha casa se non nella malattia… Devo far diventare tutto questo normalità, devo conviverci, ma io non ci riesco. Tutto mi appartiene e io appartengo a tutto, così mi dice il cuore, annientato da questa moltitudine in attesa.»

 

DENTRO LA PANCIA DEL MOSTRO

Credo che questo sia uno dei libri più belli degli ultimi anni.

Un libro che non si può lasciare andare.

Non so se mi abbia cambiata, ma so con certezza che ha modificato il mio modo di pensare alla dipendenza, alla fragilità e all’alcolismo. Ci si può sforzare di immaginare cosa accada a chi ne soffre, ma Mencarelli porta il lettore proprio dentro la pancia del mostro. Un demone che devasta la sua vittima e la priva di tutto, del corpo e della mente, nutrendosi dell’anima a morsi piccoli e costanti.

«La giornata tipo prevede la ricerca della macchina come primo passo verso la nuova dimenticanza. Spesso occorrono ore, ricordare la sera passata è come tentare di ricordare i mesi che precedono la nascita.»

Daniele è un poeta. Osserva il mondo da uno spazio diverso, la pelle. La sua bellezza, il talento della parola, giunge da un luogo remoto. Osserva orizzonti fatti di dettagli e colori che solo lui può vedere. Il dolore lo raggiunge prima degli altri, lo sconvolge con violenza e lo precipita nell’alcol. La bottiglia, rimedio subdolo, gli anestetizza l’ansia, la fatica di esistere e di sentire così profondamente.

«La sensibilità. Il metro degli sciocchi. Come voler misurare ogni altro sentimento umano… Si parli, semmai, di fragilità, di esseri nati con la pelle più sottile, un bassissimo numero di anticorpi a ogni bene e male del mondo, dal dolore alla tenerezza, malinconia e amore compresi. Persone che inchiodi con poco, basta un fiore per bucargli la pelle.»

Il permeabile cuore di Daniele risuona all'unisono, senza alcuna linea di confine tra sé e l'altro.

Per restare lucido in ospedale, decide di interrompere il consumo di alcolici durante la settimana lavorativa. Al termine del turno di ogni venerdì ci si augura che l’astinenza prosegua a oltranza anche il sabato e la domenica. Il lettore è con lui: lo segue senza giudizio perché, di fronte a tutto ciò che accade all’interno del Bambino Gesù, comprende il bisogno disperato di trovare una via di fuga. Staccare è impossibile, così come distogliere lo sguardo dall’ingiustizia di una condizione che ribalta l’ordine naturale delle cose con la più atroce delle iniquità: quella che impone a un genitore di seppellire il proprio figlio.

«Capire quale disegno armi la scelta, un bambino al posto di un altro, da una parte la felice normalità, dall’altra l’anormale disperazione che si porta la malattia, I miei problemi nascono tutti da qui, dal voler capire quello che per gli uomini è stato e sarà sempre inaccessibile, gli altri accettano questa impossibilità perché altro non si può fare, io no, non riesco ad accontentarmi della statistica che vuole ogni cento bambini un malato di cancro, uno di leucemia.»

«Se ci sei tu, Dio, dietro tutto, quello che fai compiere qua dentro non è giusto. Tu, non noi, dovresti chiedere perdono.»

Daniele comincia, caduta dopo caduta, a sottrarsi alla presa del mostro e ad affidarsi alla sua risorsa più bella. Il tragico di cui è spettatore partecipe trova sbocco proprio nel dono della poesia. Le parole, come solo lui sa metterle insieme, diventano veicolo di condivisione e varco d’uscita per tutto il non detto che nei mesi lo ha stravolto.

«Improvvisamente, mi fioccano davanti agli occhi gli ultimi anni della mia vita. Quante parole, nomi di droghe e malattie, soltanto per dire che mi manca il coraggio di vivere e veder vivere le persone che amo, accettando la scure del destino perché solo così può essere, consumandomi nella vicinanza, nell'accettazione di ogni errore possibile vivendolo per quello che è veramente: un diaframma. Un velo nero da strappare. Dietro quel velo restiamo bambini, tutti. Sempre.»

La trasformazione è graduale e lenta, a momenti impercettibile. Eppure, tutto il racconto di La casa degli sguardi è fin dall'inizio la cronaca di un cambiamento, di una durissima scalata verso la luce.

«Io sono già rinato.

Il primo giorno che ho messo piede al bambino Gesù.»

La meraviglia del protagonista è quella di non smettere mai di cercare uno spiraglio. La scrittura, i sorrisi timidi, l’abnegazione per il lavoro, la capacità di fermarsi davanti a una finestra per salutare un piccolo paziente e di «riconoscere l’armonia dentro ogni particella del cosmo» sono all'origine della sua rinascita.

Il romanzo è autobiografico. Lui ce l’ha fatta.

Allora, rivolgo il mio pensiero a quelli che invece questa bellezza non sono più riusciti a vederla, a quelli che il mostro se li è mangiati fino all'ultimo boccone… quelli a cui la vita si è frantumata dentro e non sono più riusciti a rimetterne insieme i pezzi.

Questo pensiero è per loro… che sono volati altrove e da lì, ogni sera, ci colorano il tramonto.

 

mercoledì, settembre 09, 2026

TUTTE LE MATTINE DI SYBIL di Virginia Evans

 


Trama

Tutte le mattine di Sibyl è un romanzo epistolare, delicato e intenso. Attraverso le lettere si ricompongono i tasselli di una vita intera. Il carteggio, pagina dopo pagina, rivela le perdite, i segreti e le silenziose consapevolezze della protagonista.

«Scrivo a chiunque mi capisca, scrivo a chiunque mi colpisca: amici, deputati, redattori, insegnanti, diplomatici, scrittori. Gli scrittori sono i miei preferiti…Un'e-mail non potrà mai sostituire una lettera scritta a mano. Sono convinta che si debba stare molto attenti a come si comunica. Ricorda: le parole, soprattutto quelle scritte, sono immortali.»

 

Una stagione soltanto

Bisognerebbe dirlo che Sibyl ha ampiamente oltrepassato i settant'anni. Eppure, anziana non lo è per nulla. Il suo corpo certamente mostra alcuni segni, ma tutto il resto si mantiene giovane, lucido e vivace.

«Esistono quattro stagioni per definizione, che si ripetono a cadenza regolare anno dopo anno. Poiché nella vita umana non esiste un ritmo del genere, devo pensare che, se si parla di stagioni, ci spetta a tutti una sola tornata… un avvicendarsi di stagioni a testa, sempre che non si venga interrotti…»

La corrispondenza di Sibyl raggiunge con immediatezza il lettore, avvincendolo fino alla fine. La storia si conclude lasciando un senso di sorpresa, come se ci si aspettasse che quel racconto potesse continuare per sempre. Ma poi mi domando: la nostra esistenza non è forse così?

Ho realizzato come gli anni mi siano scivolati veloci in un'unica stagione.

Al termine del libro mi è venuta in mente la scena di un film, Turné di Gabriele Salvatores, in cui viene messo in scena Il giardino dei ciliegi di Čechov. Il vecchio servitore, nella sequenza finale, si sdraia: se ne sono andati tutti, lo hanno lasciato lì. La vita è passata e lui non se n'è neanche accorto.

Attraversiamo momenti tumultuosi e giornate che sembrano non lasciare traccia, saliamo e scendiamo in continuazione dalle montagne russe… e resta la sensazione forte di trascorrere i giorni senza rendersi conto della strada fatta. 

Sibyl fa tutto questo attraverso la penna.

«La parola scritta, signor Watts, la parola scritta, nero su bianco, significa le lettere, significa libri, significa la legge, è tutta la stessa cosa. L'ho bene o male sentito sempre, sin da quando ho memoria di me e scrivo lettere da mandare al mondo, da che mi è riuscito di comporre una frase con la penna. (Età nove anni).»

La bellezza dello scambio epistolare: l'inchiostro sulla carta, la busta con l'indirizzo e il francobollo, la buca della posta e poi il silenzio e l'attesa della risposta.

Il romanzo ricorda la meraviglia e la poesia di uno scambio antico e potente, capace di risvegliare sentimenti quasi infantili: l’entusiasmo dell’attesa, la promessa di qualcosa che arriverà senza sapere quando, e il piacere della reciprocità... E la mia generazione sa bene di cosa sto parlando.

Forse Sibyl scrive tutte le mattine per continuare ad accorgersi del mondo, per aprirsi agli altri ma anche a se stessa, rievocare e trasformare le memorie in qualcosa di nuovo.

Anacronistiche per eccellenza, per questo indomite e anticonformiste, le parole affidate alla carta hanno la forza di ribellarsi alla tecnologia … per abbandonarsi al lusso di pensare, di indugiare su di sé, ascoltare il caos e fare ordine. La scrittura rifugge dalla sintesi e dalle abbreviazioni, persegue la cura, sfida la velocità e segue il proprio passo.

Il romanzo di Virginia Evans è un invito a volare sul posto, a guardarsi intorno e ad osare. A esserci, mentre la vita accade.

 

 

 


mercoledì, settembre 02, 2026

CUORI SPETTINATI di Matteo Sinatti

 



L’ho scelto per il titolo: "Cuori spettinati". Sembra evocare un disordine emotivo, il momento in cui dentro tutto fa rumore e ci confonde.

Il libro dello psicologo e ipnotista Matteo Sinatti è un saggio psicologico che analizza quegli incontri che sconvolgono l’esistenza. Lo fa con un linguaggio semplice, chiaro e accessibile.

Benché il testo faccia riferimento ai rapporti d’amore, io riconosco un’analisi universalmente valida: le dinamiche psicologiche descritte si applicano perfettamente a qualsiasi tipo di relazione umana, dalle amicizie profonde ai rapporti familiari o lavorativi. Tutte le storie diventano complesse quando una delle due parti, o entrambe, ha qualcosa di irrisolto, o quando sono le nostre parti più fragili e conflittuali a prendere il comando.

«Solo scavando a fondo fra le nostre componenti irrisolte potremo trovare la nostra autenticità. A quel punto non avremo più bisogno di indossare maschere e sapremo dare ascolto alle nostre esigenze profonde senza cercare appoggi in una relazione.»

Questa lettura è stata una cassetta di pronto soccorso emotivo. Mi ha fatto capire che, anche se non possiamo sempre sapere da dove abbiano origine le dinamiche altrui, siamo già a buon punto se almeno conosciamo le nostre.

Mi piace quando l’autore parla di alfabetizzazione delle emozioni, della necessità di dare un nome a ciò che si sente. In effetti, non esistono programmi scolastici che ci educhino a questo linguaggio essenziale. Eppure, il primo passo per trovare equilibrio nel caos potrebbe essere ascoltare i propri sentimenti, provare a definirli.

«Se non riusciamo a dare un nome a ciò che proviamo, rischiamo di rimanere intrappolati nelle nostre emozioni ... Ecco perché tutti dovremmo esercitarci nell’alfabetizzazione emotiva. Saper riconoscere con precisione ciò che ci attrae in una persona e cosa, invece, potrebbe essere frutto di un processo di idealizzazione è fondamentale per costruire un rapporto sano».

Ogni legame affettivo ha un suo lessico e una sua grammatica fatta di regole, concordanze ed eccezioni… A mano a mano che si studia una lingua straniera, se ne apprende la struttura e la si assimila. Per gli affetti è un po’ la stessa cosa: ci si osserva e si impara a decifrare le parole, i gesti, i silenzi e i modi di comunicare, finché quel linguaggio diventa familiare e, pur restando due entità distinte, si diventa un noi.

Se invece qualcosa non funziona, se ci si trova in un rapporto in cui l’uno impedisce all’altro di esprimersi e splendere, o lavora per sottrazione, sminuendo e trascurando la persona che dovrebbe amare, è auspicabile una presa di coscienza. Allontanarsi significa tutelare e rimettere al centro la propria dignità.

Sinatti si domanda quale sia il punto di rottura: il limite oltre il quale non è più possibile tornare indietro. Me lo sono chiesta anch’io. Credo che comportamenti apparentemente meno gravi, quando si ripetono nella quotidianità, possano spegnere per sempre i sentimenti più belli. Mancare di attenzione e di ascolto. Trattare con superficialità. Dare per scontata una presenza. Offrire assenza. O, più silenziosamente, smettere di vedere chi ci sta di fronte. Ognuno di noi ha un diverso punto di non ritorno. L’importante è riconoscerlo e stabilire limiti chiari, oltre i quali non vi sia più appello.

Un passaggio, però, mi ha particolarmente coinvolta, perché mi ha indotta a riflettere sulle ragioni per cui, all'interno di alcuni legami, uno dei due possa esercitare un ascendente tanto forte.

«Tutte le persone incontrate nella vita che hanno un potere di fascinazione su di noi, sono in realtà parti scisse di noi stessi che abbiamo rimosso e che si sono riportate indietro. Quindi, se preferiamo non farci ingannare dalle nostre stesse illusioni, dovremo analizzare accuratamente ogni forma di fascinazione per ricavarne, come quintessenza, un frammento della nostra personalità, e ci renderemo a poco a poco conto che, lungo il cammino della vita, non facciamo che incontrare sempre di nuovo noi stessi, sotto mille travestimenti.»

(Carl Gustav Jung)

Jung parla di proiezione, ma a volte, più semplicemente, qualcosa degli altri entra in risonanza con una parte di noi che avevamo messo da parte. Mi piace pensare che, quando ci troviamo in connessione con qualcuno, c’è un pezzettino di noi che ci viene a trovare. Il punto, forse, è imparare ad accoglierlo senza smarrirsi nell'altro, mantenendo intatti i propri confini.

Nel mondo dei sentimenti, si sa, più si studia e meno si capisce. E il cuore spettinato, in fondo, ce l’abbiamo in tanti. A chi sta vivendo uno di quegli «amori catartici», come li chiama lo psicologo, ricordo soltanto che le porte aperte non servono solo ad accogliere: qualche volta sono molto utili anche per accompagnare all'uscita chi non è giusto per noi.


mercoledì, agosto 26, 2026

I CONVITATI DI PIETRA di Michele Mari


Trama

Durante una cena per festeggiare gli esami di maturità appena sostenuti, un gruppo di compagni di classe fa un patto che, sulle prime, appare più come uno scherzo. In realtà si tratta di una spietata riffa: di anno in anno i partecipanti si impegnano a versare una quota, destinata a crescere e a essere reinvestita. Il montepremi finale andrà soltanto agli ultimi tre di loro che rimarranno in vita.

«Rivadeneyra cercò di rivoltare la frittata facendo presente che il bello cominciava proprio allora, quando la fase sarebbe entrata nella sua fase decisiva e il loro tesoro (lo quantificò, una cifra sbalorditiva) sarebbe stato sempre più reale, sempre più vicino, sempre alla portata dei più forti, dei più sani, dei più risoluti, come un premio della vita …»


Quando diamo il peggio

Questo romanzo, vincitore del Premio Strega di quest’anno, non ha generato in me un particolare coinvolgimento. Ciononostante, ritengo giusto attribuirgli il merito dell’originalità e del coraggio. Non credo che l’intenzione dell’autore fosse quella di suscitare empatia nel pubblico, al contrario, penso che lo volesse proprio destabilizzare. L’aspetto interessante della storia è che consente di assumere una posizione esterna, di osservare l’intera vicenda con uno sguardo distaccato e la curiosità di sapere come andrà a finire.

«Arrivò il 22 luglio 2043 (cena numero 69), poi il 22 luglio 2044 (cena numero 70), e per i superstiti nulla era cambiato. Neanche per la Podesta, dentro la quale, oramai perennemente in stato vegetativo, pulsava un piccolo nucleo che sembrava voler dire: “Nun Moro!”»

Gli studenti invecchiano di pagina in pagina e, quelli di loro che sopravvivono, oltrepassano la novantina. Sono personaggi avidi, cinici e del tutto privi di compassione. Pochissimi sono i compagni disinteressati alla scommessa o che non ne diventano schiavi.

Non cambiano, non evolvono. Restano fino alla fine congelati nei difetti che li caratterizzano o nelle manie di cui sono succubi. Chi legge non rischia l’immedesimazione perché le figure del romanzo sono caricature refrattarie al dolore, affettivamente anestetizzate, mi verrebbe da dire senz’anima.

«…Dei tredici che lo avevano condannato all’espulsione dovevano essere morti, perché a un certo punto non li vide più arrivare …Ne rimanevano dunque sei, tre puttane (…) e tre bastardi (…) e di quel passo avrebbero superato il crinale degli ottant’anni trascinandosi dietro anche lui, per cui era deciso, avrebbe colpito alla prima occasione.»

Non ci sono rinascite. Non ci sono rivoluzioni. Il fine intimo di ciascuno, a qualunque costo, è la vittoria. L’unico guizzo avviene nel momento in cui alcuni degli ex liceali, oramai anzianissimi, si trovano a convivere. Nella quotidianità, per forza di cose, trovano argomenti e ricordi che esulano dalla loro iniziale scommessa.

Michele Mari, con il suo romanzo, indaga attraverso la satira e il grottesco il tema della decadenza morale e fisica dell’essere umano. Per contrasto, la vecchiaia, età della saggezza e della pace, viene mostrata come la versione più arida e incattivita della gioventù.

Questo libro mi ha ricordato molto Limonov, nella biografia di Emmanuel Carrère, per l’insofferenza che mi ha suscitato. E la ragione, analogamente a quando lessi Carrère, è il fatto di dover prestare continuamente attenzione a qualcosa che è diametralmente opposto ai miei valori. Restare connessi nonostante questo, però, consente di imparare ad ascoltare anche ciò che ci irrita.

Nel corso della lettura mi sono chiesta: cosa ci fa tirare fuori il peggio? Non credo che sia un meccanismo necessariamente legato ai soldi o alla paura di perderli. Sì, certo, l’avidità estrema è all’origine dei peggiori mali di ogni tempo. Ma nella quotidianità di ognuno? Diamo il peggio quando sentiamo minacciata la nostra sicurezza o il nostro ruolo. Diamo il peggio quando opponiamo resistenza all’ascolto per paura di perdere le nostre certezze. Quando il nostro ego fa troppo rumore e abbiamo la ridicola presunzione di essere l’inizio e la fine di ciò che sta fuori. Diamo il peggio quando prendiamo l’abitudine a stare nel buio fino a diventare oscurità. Proprio come I convitati di Pietra.

Il romanzo di Michele Mari ha richiesto l’impegno di stare in un universo umano che ripugna, ma proprio questo ha indotto un’autoriflessione… e non è poi tanto male ricordarsi come non si vuole essere o cosa non si vuole diventare.


“Il male non è soltanto ciò che si fa: è anche il vuoto che si lascia quando non si è capaci di opporre il bene.”
Fëdor Dostoevskij (Adattamento dai diari / I fratelli Karamazov)

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venerdì, agosto 21, 2026

MA I LIBRI LO SANNO di Roberta Corradin

 

QUANDO IL TITOLO PROMETTE BENE…

Ho scelto il libro affidandomi completamente al titolo… ma non è stato proprio quello che mi aspettavo.

«Dagli un’occhiata, non mi sembra male come storia. Un gruppo di donne, tutte ex dello stesso uomo, che invece di scannarsi hanno realizzato insieme un progetto un po’ fuori di testa, hanno trasformato la sua biblioteca in un posto dove si può stare a dormire e anche a viverci».

Mi immaginavo una vicenda che evocasse il magico potere dei libri: testi antichi e preziosi, capaci di sussurrare al lettore. Mi aspettavo di scorgervi quella forza rivelatrice che io per prima ricevo da loro.

«Un libro sa sempre quando entrare nella tua vita, e perché. Per dirti di cambiare tutto o solo qualcosa. Per aiutarti a r-esistere. Per farti respirare pensieri non tuoi».

Invece, nell’arco della narrazione, vengono spostati, parcheggiati, ma rivelano poco al di là del loro valore oggettivo e storico. Stanno lì in attesa di essere collocati in una nuova architettura. I veri protagonisti sono piuttosto gli esseri umani e, per alcuni di loro, il rapporto con la lettura.

Il defunto proprietario di questa preziosa collezione, irriducibile casanova, mi risulta sgradevole fin dall’inizio. Gli concedo un bonus giusto perché salva un cagnolino poco prima di morire. È lodevole che le decine di ex si diano tanto da fare per salvare la sua inestimabile libreria, che depongano reciproche rivalità e insofferenze per mettere in atto uno straordinario progetto. Ma il centro non sono i libri. Questi sono semmai lo scenario, lo sfondo: sono attori non protagonisti. I personaggi non sono privi di fascino, tuttavia sono tanti gli intoppi e tante le storie nella storia.

Quando guardo un film che si complica di complicazioni, cambio programma. Ecco, con questo libro è stato così: l’ho interrotto, l’ho ripreso e mi sono assegnata il compito di finirlo.

Ne valeva la pena, perché comunque la vicenda guadagna interesse strada facendo, ma la mia anima esploratrice è rimasta delusa: avrei voluto sentire la voce dei libri, non solo vedere gli scaffali.

«La cultura è quel che ti resta dei libri che hai letto, dopo che li hai dimenticati.»

 

(🤔 e io che scrivo questo blog per non dimenticarmeli...)


BRUCIA L'ORIGINE di Daniele Mencarelli

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