lunedì, settembre 14, 2026

LA CASA DEGLI SGUARDI di Daniele Mencarelli

 

TRAMA

La casa degli sguardi di Daniele Mencarelli racconta la storia di Daniele, un giovane poeta tormentato dall'alcolismo, che trova lavoro come addetto alle pulizie presso l'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Il confronto quotidiano con il dolore e, talvolta, anche la morte dei piccoli pazienti lo costringe a guardare dritto negli occhi la sofferenza più profonda, quella dei bambini, quella dei genitori e il suo stesso male di vivere. Ma, pur attraverso continue cadute e ricadute, questa dolorosa immersione nella realtà diventa un'occasione di rinascita… proprio nel momento in cui tutto sembra perduto.

«Genitori e figli, tanti, tantissimi. I figli, dai cinque, sei anni, fin massimo ai dodici, hanno tutti una cosa in comune, come soldati dello stesso esercito. Quasi tutti senza capelli, una mascherina a coprire naso e bocca, una magrezza che non ha casa se non nella malattia… Devo far diventare tutto questo normalità, devo conviverci, ma io non ci riesco. Tutto mi appartiene e io appartengo a tutto, così mi dice il cuore, annientato da questa moltitudine in attesa.»

 

DENTRO LA PANCIA DEL MOSTRO

Credo che questo sia uno dei libri più belli degli ultimi anni.

Un libro che non si può lasciare andare.

Non so se mi abbia cambiata, ma so con certezza che ha modificato il mio modo di pensare alla dipendenza, alla fragilità e all’alcolismo. Ci si può sforzare di immaginare cosa accada a chi ne soffre, ma Mencarelli porta il lettore proprio dentro la pancia del mostro. Un demone che devasta la sua vittima e la priva di tutto, del corpo e della mente, nutrendosi dell’anima a morsi piccoli e costanti.

«La giornata tipo prevede la ricerca della macchina come primo passo verso la nuova dimenticanza. Spesso occorrono ore, ricordare la sera passata è come tentare di ricordare i mesi che precedono la nascita.»

Daniele è un poeta. Osserva il mondo da uno spazio diverso, la pelle. La sua bellezza, il talento della parola, giunge da un luogo remoto. Osserva orizzonti fatti di dettagli e colori che solo lui può vedere. Il dolore lo raggiunge prima degli altri, lo sconvolge con violenza e lo precipita nell’alcol. La bottiglia, rimedio subdolo, gli anestetizza l’ansia, la fatica di esistere e di sentire così profondamente.

«La sensibilità. Il metro degli sciocchi. Come voler misurare ogni altro sentimento umano… Si parli, semmai, di fragilità, di esseri nati con la pelle più sottile, un bassissimo numero di anticorpi a ogni bene e male del mondo, dal dolore alla tenerezza, malinconia e amore compresi. Persone che inchiodi con poco, basta un fiore per bucargli la pelle.»

Il permeabile cuore di Daniele risuona all'unisono, senza alcuna linea di confine tra sé e l'altro.

Per restare lucido in ospedale, decide di interrompere il consumo di alcolici durante la settimana lavorativa. Al termine del turno di ogni venerdì ci si augura che l’astinenza prosegua a oltranza anche il sabato e la domenica. Il lettore è con lui: lo segue senza giudizio perché, di fronte a tutto ciò che accade all’interno del Bambino Gesù, comprende il bisogno disperato di trovare una via di fuga. Staccare è impossibile, così come distogliere lo sguardo dall’ingiustizia di una condizione che ribalta l’ordine naturale delle cose con la più atroce delle iniquità: quella che impone a un genitore di seppellire il proprio figlio.

«Capire quale disegno armi la scelta, un bambino al posto di un altro, da una parte la felice normalità, dall’altra l’anormale disperazione che si porta la malattia, I miei problemi nascono tutti da qui, dal voler capire quello che per gli uomini è stato e sarà sempre inaccessibile, gli altri accettano questa impossibilità perché altro non si può fare, io no, non riesco ad accontentarmi della statistica che vuole ogni cento bambini un malato di cancro, uno di leucemia.»

«Se ci sei tu, Dio, dietro tutto, quello che fai compiere qua dentro non è giusto. Tu, non noi, dovresti chiedere perdono.»

Daniele comincia, caduta dopo caduta, a sottrarsi alla presa del mostro e ad affidarsi alla sua risorsa più bella. Il tragico di cui è spettatore partecipe trova sbocco proprio nel dono della poesia. Le parole, come solo lui sa metterle insieme, diventano veicolo di condivisione e varco d’uscita per tutto il non detto che nei mesi lo ha stravolto.

«Improvvisamente, mi fioccano davanti agli occhi gli ultimi anni della mia vita. Quante parole, nomi di droghe e malattie, soltanto per dire che mi manca il coraggio di vivere e veder vivere le persone che amo, accettando la scure del destino perché solo così può essere, consumandomi nella vicinanza, nell'accettazione di ogni errore possibile vivendolo per quello che è veramente: un diaframma. Un velo nero da strappare. Dietro quel velo restiamo bambini, tutti. Sempre.»

La trasformazione è graduale e lenta, a momenti impercettibile. Eppure, tutto il racconto di La casa degli sguardi è fin dall'inizio la cronaca di un cambiamento, di una durissima scalata verso la luce.

«Io sono già rinato.

Il primo giorno che ho messo piede al bambino Gesù.»

La meraviglia del protagonista è quella di non smettere mai di cercare uno spiraglio. La scrittura, i sorrisi timidi, l’abnegazione per il lavoro, la capacità di fermarsi davanti a una finestra per salutare un piccolo paziente e di «riconoscere l’armonia dentro ogni particella del cosmo» sono all'origine della sua rinascita.

Il romanzo è autobiografico. Lui ce l’ha fatta.

Allora, rivolgo il mio pensiero a quelli che invece questa bellezza non sono più riusciti a vederla, a quelli che il mostro se li è mangiati fino all'ultimo boccone… quelli a cui la vita si è frantumata dentro e non sono più riusciti a rimetterne insieme i pezzi.

Questo pensiero è per loro… che sono volati altrove e da lì, ogni sera, ci colorano il tramonto.

 

mercoledì, settembre 09, 2026

TUTTE LE MATTINE DI SYBIL di Virginia Evans

 


Trama

Tutte le mattine di Sibyl è un romanzo epistolare, delicato e intenso. Attraverso le lettere si ricompongono i tasselli di una vita intera. Il carteggio, pagina dopo pagina, rivela le perdite, i segreti e le silenziose consapevolezze della protagonista.

«Scrivo a chiunque mi capisca, scrivo a chiunque mi colpisca: amici, deputati, redattori, insegnanti, diplomatici, scrittori. Gli scrittori sono i miei preferiti…Un'e-mail non potrà mai sostituire una lettera scritta a mano. Sono convinta che si debba stare molto attenti a come si comunica. Ricorda: le parole, soprattutto quelle scritte, sono immortali.»

 

Una stagione soltanto

Bisognerebbe dirlo che Sibyl ha ampiamente oltrepassato i settant'anni. Eppure, anziana non lo è per nulla. Il suo corpo certamente mostra alcuni segni, ma tutto il resto si mantiene giovane, lucido e vivace.

«Esistono quattro stagioni per definizione, che si ripetono a cadenza regolare anno dopo anno. Poiché nella vita umana non esiste un ritmo del genere, devo pensare che, se si parla di stagioni, ci spetta a tutti una sola tornata… un avvicendarsi di stagioni a testa, sempre che non si venga interrotti…»

La corrispondenza di Sibyl raggiunge con immediatezza il lettore, avvincendolo fino alla fine. La storia si conclude lasciando un senso di sorpresa, come se ci si aspettasse che quel racconto potesse continuare per sempre. Ma poi mi domando: la nostra esistenza non è forse così?

Ho realizzato come gli anni mi siano scivolati veloci in un'unica stagione.

Al termine del libro mi è venuta in mente la scena di un film, Turné di Gabriele Salvatores, in cui viene messo in scena Il giardino dei ciliegi di Čechov. Il vecchio servitore, nella sequenza finale, si sdraia: se ne sono andati tutti, lo hanno lasciato lì. La vita è passata e lui non se n'è neanche accorto.

Attraversiamo momenti tumultuosi e giornate che sembrano non lasciare traccia, saliamo e scendiamo in continuazione dalle montagne russe… e resta la sensazione forte di trascorrere i giorni senza rendersi conto della strada fatta

Sibyl fa tutto questo attraverso la penna.

«La parola scritta, signor Watts, la parola scritta, nero su bianco, significa le lettere, significa libri, significa la legge, è tutta la stessa cosa. L'ho bene o male sentito sempre, sin da quando ho memoria di me e scrivo lettere da mandare al mondo, da che mi è riuscito di comporre una frase con la penna. (Età nove anni).»

La bellezza dello scambio epistolare: l'inchiostro sulla carta, la busta con l'indirizzo e il francobollo, la buca della posta e poi il silenzio e l'attesa della risposta.

Il romanzo ricorda la meraviglia e la poesia di uno scambio antico e potente, capace di risvegliare sentimenti quasi infantili: l’entusiasmo dell’attesa, la promessa di qualcosa che arriverà senza sapere quando, e il piacere della reciprocità... E la mia generazione sa bene di cosa sto parlando.

Forse Sibyl scrive tutte le mattine per continuare ad accorgersi del mondo, per aprirsi agli altri ma anche a se stessa, rievocare e trasformare le memorie in qualcosa di nuovo.

Anacronistiche per eccellenza, per questo indomite e anticonformiste, le parole affidate alla carta hanno la forza di ribellarsi alla tecnologia … per abbandonarsi al lusso di pensare, di indugiare su di sé, ascoltare il caos e fare ordine. La scrittura rifugge dalla sintesi e dalle abbreviazioni, persegue la cura, sfida la velocità e segue il proprio passo.

Il romanzo di Virginia Evans è un invito a volare sul posto, a guardarsi intorno e ad osare. A esserci, mentre la vita accade.

 

 

 


mercoledì, settembre 02, 2026

CUORI SPETTINATI di Matteo Sinatti

 



L’ho scelto per il titolo: "Cuori spettinati". Sembra evocare un disordine emotivo, il momento in cui dentro tutto fa rumore e ci confonde.

Il libro dello psicologo e ipnotista Matteo Sinatti è un saggio psicologico che analizza quegli incontri che sconvolgono l’esistenza. Lo fa con un linguaggio semplice, chiaro e accessibile.

Benché il testo faccia riferimento ai rapporti d’amore, io riconosco un’analisi universalmente valida: le dinamiche psicologiche descritte si applicano perfettamente a qualsiasi tipo di relazione umana, dalle amicizie profonde ai rapporti familiari o lavorativi. Tutte le storie diventano complesse quando una delle due parti, o entrambe, ha qualcosa di irrisolto, o quando sono le nostre parti più fragili e conflittuali a prendere il comando.

«Solo scavando a fondo fra le nostre componenti irrisolte potremo trovare la nostra autenticità. A quel punto non avremo più bisogno di indossare maschere e sapremo dare ascolto alle nostre esigenze profonde senza cercare appoggi in una relazione.»

Questa lettura è stata una cassetta di pronto soccorso emotivo. Mi ha fatto capire che, anche se non possiamo sempre sapere da dove abbiano origine le dinamiche altrui, siamo già a buon punto se almeno conosciamo le nostre.

Mi piace quando l’autore parla di alfabetizzazione delle emozioni, della necessità di dare un nome a ciò che si sente. In effetti, non esistono programmi scolastici che ci educhino a questo linguaggio essenziale. Eppure, il primo passo per trovare equilibrio nel caos potrebbe essere ascoltare i propri sentimenti, provare a definirli.

«Se non riusciamo a dare un nome a ciò che proviamo, rischiamo di rimanere intrappolati nelle nostre emozioni ... Ecco perché tutti dovremmo esercitarci nell’alfabetizzazione emotiva. Saper riconoscere con precisione ciò che ci attrae in una persona e cosa, invece, potrebbe essere frutto di un processo di idealizzazione è fondamentale per costruire un rapporto sano».

Ogni legame affettivo ha un suo lessico e una sua grammatica fatta di regole, concordanze ed eccezioni… A mano a mano che si studia una lingua straniera, se ne apprende la struttura e la si assimila. Per gli affetti è un po’ la stessa cosa: ci si osserva e si impara a decifrare le parole, i gesti, i silenzi e i modi di comunicare, finché quel linguaggio diventa familiare e, pur restando due entità distinte, si diventa un noi.

Se invece qualcosa non funziona, se ci si trova in un rapporto in cui l’uno impedisce all’altro di esprimersi e splendere, o lavora per sottrazione, sminuendo e trascurando la persona che dovrebbe amare, è auspicabile una presa di coscienza. Allontanarsi significa tutelare e rimettere al centro la propria dignità.

Sinatti si domanda quale sia il punto di rottura: il limite oltre il quale non è più possibile tornare indietro. Me lo sono chiesta anch’io. Credo che comportamenti apparentemente meno gravi, quando si ripetono nella quotidianità, possano spegnere per sempre i sentimenti più belli. Mancare di attenzione e di ascolto. Trattare con superficialità. Dare per scontata una presenza. Offrire assenza. O, più silenziosamente, smettere di vedere chi ci sta di fronte. Ognuno di noi ha un diverso punto di non ritorno. L’importante è riconoscerlo e stabilire limiti chiari, oltre i quali non vi sia più appello.

Un passaggio, però, mi ha particolarmente coinvolta, perché mi ha indotta a riflettere sulle ragioni per cui, all'interno di alcuni legami, uno dei due possa esercitare un ascendente tanto forte.

«Tutte le persone incontrate nella vita che hanno un potere di fascinazione su di noi, sono in realtà parti scisse di noi stessi che abbiamo rimosso e che si sono riportate indietro. Quindi, se preferiamo non farci ingannare dalle nostre stesse illusioni, dovremo analizzare accuratamente ogni forma di fascinazione per ricavarne, come quintessenza, un frammento della nostra personalità, e ci renderemo a poco a poco conto che, lungo il cammino della vita, non facciamo che incontrare sempre di nuovo noi stessi, sotto mille travestimenti.»

(Carl Gustav Jung)

Jung parla di proiezione, ma a volte, più semplicemente, qualcosa degli altri entra in risonanza con una parte di noi che avevamo messo da parte. Mi piace pensare che, quando ci troviamo in connessione con qualcuno, c’è un pezzettino di noi che ci viene a trovare. Il punto, forse, è imparare ad accoglierlo senza smarrirsi nell'altro, mantenendo intatti i propri confini.

Nel mondo dei sentimenti, si sa, più si studia e meno si capisce. E il cuore spettinato, in fondo, ce l’abbiamo in tanti. A chi sta vivendo uno di quegli «amori catartici», come li chiama lo psicologo, ricordo soltanto che le porte aperte non servono solo ad accogliere: qualche volta sono molto utili anche per accompagnare all'uscita chi non è giusto per noi.


mercoledì, agosto 26, 2026

I CONVITATI DI PIETRA di Michele Mari


Trama

Durante una cena per festeggiare gli esami di maturità appena sostenuti, un gruppo di compagni di classe fa un patto che, sulle prime, appare più come uno scherzo. In realtà si tratta di una spietata riffa: di anno in anno i partecipanti si impegnano a versare una quota, destinata a crescere e a essere reinvestita. Il montepremi finale andrà soltanto agli ultimi tre di loro che rimarranno in vita.

«Rivadeneyra cercò di rivoltare la frittata facendo presente che il bello cominciava proprio allora, quando la fase sarebbe entrata nella sua fase decisiva e il loro tesoro (lo quantificò, una cifra sbalorditiva) sarebbe stato sempre più reale, sempre più vicino, sempre alla portata dei più forti, dei più sani, dei più risoluti, come un premio della vita …»


Quando diamo il peggio

Questo romanzo, vincitore del Premio Strega di quest’anno, non ha generato in me un particolare coinvolgimento. Ciononostante, ritengo giusto attribuirgli il merito dell’originalità e del coraggio. Non credo che l’intenzione dell’autore fosse quella di suscitare empatia nel pubblico, al contrario, penso che lo volesse proprio destabilizzare. L’aspetto interessante della storia è che consente di assumere una posizione esterna, di osservare l’intera vicenda con uno sguardo distaccato e la curiosità di sapere come andrà a finire.

«Arrivò il 22 luglio 2043 (cena numero 69), poi il 22 luglio 2044 (cena numero 70), e per i superstiti nulla era cambiato. Neanche per la Podesta, dentro la quale, oramai perennemente in stato vegetativo, pulsava un piccolo nucleo che sembrava voler dire: “Nun Moro!”»

Gli studenti invecchiano di pagina in pagina e, quelli di loro che sopravvivono, oltrepassano la novantina. Sono personaggi avidi, cinici e del tutto privi di compassione. Pochissimi sono i compagni disinteressati alla scommessa o che non ne diventano schiavi.

Non cambiano, non evolvono. Restano fino alla fine congelati nei difetti che li caratterizzano o nelle manie di cui sono succubi. Chi legge non rischia l’immedesimazione perché le figure del romanzo sono caricature refrattarie al dolore, affettivamente anestetizzate, mi verrebbe da dire senz’anima.

«…Dei tredici che lo avevano condannato all’espulsione dovevano essere morti, perché a un certo punto non li vide più arrivare …Ne rimanevano dunque sei, tre puttane (…) e tre bastardi (…) e di quel passo avrebbero superato il crinale degli ottant’anni trascinandosi dietro anche lui, per cui era deciso, avrebbe colpito alla prima occasione.»

Non ci sono rinascite. Non ci sono rivoluzioni. Il fine intimo di ciascuno, a qualunque costo, è la vittoria. L’unico guizzo avviene nel momento in cui alcuni degli ex liceali, oramai anzianissimi, si trovano a convivere. Nella quotidianità, per forza di cose, trovano argomenti e ricordi che esulano dalla loro iniziale scommessa.

Michele Mari, con il suo romanzo, indaga attraverso la satira e il grottesco il tema della decadenza morale e fisica dell’essere umano. Per contrasto, la vecchiaia, età della saggezza e della pace, viene mostrata come la versione più arida e incattivita della gioventù.

Questo libro mi ha ricordato molto Limonov, nella biografia di Emmanuel Carrère, per l’insofferenza che mi ha suscitato. E la ragione, analogamente a quando lessi Carrère, è il fatto di dover prestare continuamente attenzione a qualcosa che è diametralmente opposto ai miei valori. Restare connessi nonostante questo, però, consente di imparare ad ascoltare anche ciò che ci irrita.

Nel corso della lettura mi sono chiesta: cosa ci fa tirare fuori il peggio? Non credo che sia un meccanismo necessariamente legato ai soldi o alla paura di perderli. Sì, certo, l’avidità estrema è all’origine dei peggiori mali di ogni tempo. Ma nella quotidianità di ognuno? Diamo il peggio quando sentiamo minacciata la nostra sicurezza o il nostro ruolo. Diamo il peggio quando opponiamo resistenza all’ascolto per paura di perdere le nostre certezze. Quando il nostro ego fa troppo rumore e abbiamo la ridicola presunzione di essere l’inizio e la fine di ciò che sta fuori. Diamo il peggio quando prendiamo l’abitudine a stare nel buio fino a diventare oscurità. Proprio come I convitati di Pietra.

Il romanzo di Michele Mari ha richiesto l’impegno di stare in un universo umano che ripugna, ma proprio questo ha indotto un’autoriflessione… e non è poi tanto male ricordarsi come non si vuole essere o cosa non si vuole diventare.


“Il male non è soltanto ciò che si fa: è anche il vuoto che si lascia quando non si è capaci di opporre il bene.”
Fëdor Dostoevskij (Adattamento dai diari / I fratelli Karamazov)

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venerdì, agosto 21, 2026

MA I LIBRI LO SANNO di Roberta Corradin

 

QUANDO IL TITOLO PROMETTE BENE…

Ho scelto il libro affidandomi completamente al titolo… ma non è stato proprio quello che mi aspettavo.

«Dagli un’occhiata, non mi sembra male come storia. Un gruppo di donne, tutte ex dello stesso uomo, che invece di scannarsi hanno realizzato insieme un progetto un po’ fuori di testa, hanno trasformato la sua biblioteca in un posto dove si può stare a dormire e anche a viverci».

Mi immaginavo una vicenda che evocasse il magico potere dei libri: testi antichi e preziosi, capaci di sussurrare al lettore. Mi aspettavo di scorgervi quella forza rivelatrice che io per prima ricevo da loro.

«Un libro sa sempre quando entrare nella tua vita, e perché. Per dirti di cambiare tutto o solo qualcosa. Per aiutarti a r-esistere. Per farti respirare pensieri non tuoi».

Invece, nell’arco della narrazione, vengono spostati, parcheggiati, ma rivelano poco al di là del loro valore oggettivo e storico. Stannoin attesa di essere collocati in una nuova architettura. I veri protagonisti sono piuttosto gli esseri umani e, per alcuni di loro, il rapporto con la lettura.

Il defunto proprietario di questa preziosa collezione, irriducibile casanova, mi risulta sgradevole fin dall’inizio. Gli concedo un bonus giusto perché salva un cagnolino poco prima di morire. È lodevole che le decine di ex si diano tanto da fare per salvare la sua inestimabile libreria, che depongano reciproche rivalità e insofferenze per mettere in atto uno straordinario progetto. Ma il centro non sono i libri. Questi sono semmai lo scenario, lo sfondo: sono attori non protagonisti. I personaggi non sono privi di fascino, tuttavia sono tanti gli intoppi e tante le storie nella storia.

Quando guardo un film che si complica di complicazioni, cambio programma. Ecco, con questo libro è stato così: l’ho interrotto, l’ho ripreso e mi sono assegnata il compito di finirlo.

Ne valeva la pena, perché comunque la vicenda guadagna interesse strada facendo, ma la mia anima esploratrice è rimasta delusa: avrei voluto sentire la voce dei libri, non solo vedere gli scaffali.

«La cultura è quel che ti resta dei libri che hai letto, dopo che li hai dimenticati.»

 

(🤔 e io che scrivo questo blog per non dimenticarmeli...)


martedì, agosto 11, 2026

XY di SANDRO VERONESI



QUANDO L'INCONCEPIBILE IRROMPE

In un bosco a pochi passi da un borgo avviene una strage terribile e indicibile per crudeltà. Gli abitanti del villaggio che, ancora prima della polizia, accorrono sul luogo del delitto sembrano precipitare lentamente nella follia. Don Ermete e la psicologa Giovanna Gassion cercano di occuparsi della comunità sconvolta.

L’inizio del romanzo sembra preludere a un thriller, eppure si tratta di una vicenda a sfondo profondamente filosofico. Benché i lettori restino appesi a ogni pagina, come se ciascuna riga dovesse rivelare informazioni essenziali a dipanare la matassa, l’evoluzione della storia è legata alle reazioni degli esseri umani in balia di eventi tragici e incomprensibili.

 

X E Y TRA FEDE E SCIENZA

Sandro Veronesi ha affermato di aver scritto il libro dopo la morte dei genitori, emotivamente provato dalla difficoltà di elaborarne la perdita. 

Sviluppa la tematica attraverso una sorta di doppio binario; X e Y rappresentano, attraverso i personaggi del curato e della psicologa, due dimensioni: la fede e la scienza che si confrontano dinanzi al male.

Di fronte al dramma e all'imponderabile, di solito, l’animo umano ha l’opzione tra due cammini diversi.

Il primo è quello della ragione, che cerca di analizzare i fatti attraverso un percorso di ricerca delle cause. La mente elabora le proprie risposte e, solo giungendo a una conclusione logica, si appaga e accetta.

L’altro percorso è quello dello spirito, che accoglie gli eventi per fede, anche se non li spiega. La via dell’accettazione non chiede dimostrazioni, prende atto dell’esistenza di qualcosa di umanamente incomprensibile, fuori da ogni controllo.

Don Ermete e Giovanna cercano di aiutare la comunità e, nel farlo, anche di salvare se stessi dal proprio personale trauma. Perché anche chi cura vive la tragedia.

A prima vista potrebbero sembrare lontani anni luce, eppure, proprio nella loro diversità, alla fine quasi si assomigliano. Si capiscono e si integrano a vicenda. Giovanna, benché sia un medico, non è chiusa nel dogmatismo scientifico. Lo stesso don Ermete è un uomo di chiesa, aperto all'ascolto di tutti.

«Allora: io lo capisco che per te è difficile, ma ti prego di considerare che non sono poi tanto diverso da te… Perché Dio può essere solo dentro la scienza e non fuori, nell’attualità del mondo e mai contro di essa. Faccio parte di una generazione di preti molto liberi…»

 

IL RIFIUTO

Quando l'essere umano oppone resistenza alle cose che gli accadono e di cui non comprende l’origine, va in crisi. La non accettazione porta a scappare dalla realtà negandola o distorcendola.

«Erano loro stessi che si occupavano gli uni degli altri, tutti i loro affetti erano circoscritti in quel luogo, e adesso in quel luogo è come se si fosse aperta una voragine, dalla quale salta fuori un mostro, il passato, che se li sta divorando.»

Mi sono chiesta come abbia reagito io in circostanze tragiche. In effetti, mi sono congelata, come se ciò che stava accadendo riguardasse un'altra persona e io lo osservassi dall'esterno. In un'altra situazione, invece, è stato come se quanto era successo fosse una farsa, uno scherzo. Non poteva essere vero. Di fatto, stavo negando qualcosa che non ero ancora in grado di assimilare.

E allora penso alle catastrofi, ai terremoti, alle epidemie, alle ingiustizie: «più o meno a tutti, in scala piccola o in scala grande, in scala grande o collettiva viene chiesto di accettare» (Sandro Veronesi).

 

TORNARE IN SÉ

In definitiva, la riflessione non è tanto sul perché, ma sul come. Le tragedie avvengono e questo è un dato incontrovertibile.

Le strategie alle quali la mente ricorre per proteggersi dalla violenza dell’urto sono parecchie: evitare il dolore, inventarsi altro, scappare e rifugiarsi altrove. Come un analgesico potente, queste difese anestetizzano, ma non cambiano i fatti.

Il passo determinante da compiere, ancora prima di prenderne coscienza, è riuscire a ritrovare il proprio centrorestare fermi, fidarsi del proprio senso per la vita, offrirsi al dolore, perché questo è il solo modo di resistere e tornare finalmente in sé:

«Io torno ad essere me, e il mondo il mondo. Credo davvero che, dopo lo shock subito, dovevo essere precipitato in una specie di coma spirituale, fradicio di paura, ottuso, a un passo dalla fine…»

Ho letto il romanzo alla ricerca di un colpevole e, quando sono arrivata alla fine, mi sono interrogata non su cosa ci uccide, ma su che cosa ci salva.


L'intervista a Sandro Veronesi 🎥

Sandro Veronesi, XY dieci anni dopo: "Siamo sotto l'assedio del virus, rischiamo di impazzire"




lunedì, agosto 10, 2026

GLI ANNI IN BIANCO E NERO di Francesca Giannone

 


Torno ai miei post dopo qualche mese di silenzio. Assenza giustificata dalla stesura di un importante progetto, il cui esito non è più nelle mie mani ma in quelle dell’universo e forse anche un po’ della fortuna.

Il libro che mi ha sbloccato è stato l’ultimo romanzo di Francesca Giannone, Gli anni in bianco e nero.

La vicenda, nello scenario del Salento degli anni Sessanta, giunge a noi attraverso il percorso di quattro sorelle che crescono nella sartoria di famiglia: Maria, la maggiore; Giovanna, la ribelle; Ada, timida e intellettuale; Mimì, la più giovane nonché voce narrante della storia. Le loro vite sono governate dal pugno di ferro di Pantaleo, un padre autoritario e violento.

 

MEZZI UOMINI E QUAQUARAQUÀ

Il personaggio paterno porta alla luce uno dei temi più complessi della trama: la contraddizione dell’amore negato.

«Con mio padre, tanto per dire, ero quasi sempre arrabbiata e risentita, eppure questo non significava che gli volessi bene o che tenessi a lui. Tutt'altro. Questo pensavo tra me, quando ancora non sapevo che l’odio, in certi casi è solo un altro modo di chiamare l’amore, se è negato.»

ll romanzo mostra il paradosso di un padre che dà il peggio di sé a chi lo ama. Il genitore viene dipinto a tinte così cupe e pertinenti da rappresentare magistralmente tutto il grezzume, la pochezza e l’ignoranza di alcuni maschi di quella e altre generazioni. Del resto, Pantaleo finisce per delineare con precisione i confini di ciò che non si deve tollerare.

«Un uomo che non scappava, un uomo che c’era sempre e che ti considerava l’unica donna tra tutte, che voleva te e soltanto te. Forse avrebbe preferito di gran lunga un amore che, come diceva Maria, le dava la sensazione di sapere chi era, anziché uno che l’aveva frantumata in tante piccole schegge.»

 

DONNE SENZA SLOGAN

Le ragioni per cui la lettura coinvolge sono molte. La prima tra tutte è che il libro è donna, lo è in maniera del tutto originale, intensa e significativa. Non lo è per convenzione, lo è con tutto il vigore delle rivendicazioni che racconta.

Oggi lo slogan “io sto dalla parte delle donne” è spesso moda: retorica vuota e ostentata. Io no, io non sto dalla loro parte a prescindere, io mi schiero con le persone che ritengo di dover proteggere indipendentemente dalla categoria di appartenenza.

L’anima del romanzo è ben più profonda. Descrive un mondo in cui il femminile era per la società un elemento decorativo del maschio, al quale si negavano fondamentali diritti. Il marito poteva decidere dove e come vivere anche per la moglie: l’art. 144 del Codice Civile glielo consentiva. La sovrastava e, se lo desiderava, la tradiva senza incorrere in alcuna sanzione … che potesse accadere il contrario non era neanche lontanamente previsto.

«Così quella dolce signora mi rispose che in Italia c’era una legge per cui l’adulterio veniva considerato reato, ma solo se a commetterlo era una donna. La pena prevista era fino a un anno di reclusione.»

 

NESSUNA RESTA INDIETRO

La narrazione mette in luce, attraverso le sue protagoniste, la forza di tutte coloro che si unirono e si ribellarono a secoli di rozzezza e oscurantismo.

«E allora penso che ciascuna è fatta di tutte le donne che l’hanno preceduta, e al contempo sarà parte di quelle che le succederanno.»

Sante parole! In particolare, la mia generazione, che ha avuto nonne, mamme, zie vissute negli anni in bianco e nero, riconosce visceralmente le proprie radici in quella storia. Ci hanno consegnato libertà e diritti: la facoltà di autodeterminarsi, di scegliere ... la licenza di esistere alle proprie condizioni, di mostrarsi fieramente e fieramente essere viste.

Il libro è donna anche nella sorellanza. Che poi, chi sono le nostre più care amiche se non il prolungamento non genetico delle sorelle?

Giovanna mi posò le mani sulle spalle e si chinò, guancia su guancia. «Sei brava. E glielo farai vedere a quelli lì.» Fissò ancora una ciocca, poi aggiunse: «E se dovessi emozionarti troppo, pensali tutti in mutande».

L’unione tra Maria, Giovanna, Ada e Mimì non è forse la quintessenza dell’amicizia? Quella delle compagne, delle alleate, delle sorelle elette che non si abbandonano mai, anche nelle peggiori condizioni, nell'errore e nel difetto.

«E così, mentre Maria ci teneva accoccolate ciascuna da un lato, allungò un braccio fuori dalla coperta sul letto accanto, e prese la mano di Giovanna.»


A mia figlia Ginetta, custode preziosa di questa importante eredità


 

 


LA CASA DEGLI SGUARDI di Daniele Mencarelli

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