TRAMA
La casa degli sguardi di Daniele Mencarelli racconta la storia di Daniele, un giovane
poeta tormentato dall'alcolismo, che trova lavoro
come addetto alle pulizie presso l'ospedale pediatrico Bambino
Gesù di Roma. Il confronto quotidiano con il dolore
e, talvolta, anche la morte dei piccoli pazienti lo costringe a guardare
dritto negli occhi la sofferenza più profonda, quella dei bambini, quella dei
genitori e il suo stesso male di vivere. Ma, pur attraverso continue cadute e
ricadute, questa dolorosa immersione nella realtà diventa
un'occasione di rinascita… proprio nel momento in cui tutto sembra perduto.
«Genitori e
figli, tanti, tantissimi. I figli, dai cinque, sei anni, fin massimo ai dodici,
hanno tutti una cosa in comune, come soldati dello stesso esercito. Quasi tutti
senza capelli, una mascherina a coprire naso e bocca, una magrezza che non ha
casa se non nella malattia… Devo far diventare tutto questo normalità, devo
conviverci, ma io non ci riesco. Tutto mi appartiene e io
appartengo a tutto, così mi dice il cuore, annientato da questa
moltitudine in attesa.»
DENTRO LA PANCIA DEL MOSTRO
Credo che questo sia uno dei libri più belli degli ultimi anni.
Un libro che non si può lasciare andare.
Non so se mi abbia cambiata, ma so con certezza che ha modificato il mio
modo di pensare alla dipendenza, alla fragilità e all’alcolismo. Ci si può
sforzare di immaginare cosa accada a chi ne soffre, ma Mencarelli porta il
lettore proprio dentro la pancia del mostro. Un demone che
devasta la sua vittima e la priva di tutto, del corpo e della
mente, nutrendosi dell’anima a morsi piccoli e costanti.
«La giornata
tipo prevede la ricerca della macchina come primo passo verso la nuova
dimenticanza. Spesso occorrono ore, ricordare la sera passata è come tentare di
ricordare i mesi che precedono la nascita.»
Daniele è un poeta. Osserva il mondo da uno spazio diverso, la pelle.
La sua bellezza, il talento della parola, giunge da un luogo remoto. Osserva orizzonti
fatti di dettagli e colori che solo lui può vedere. Il dolore lo raggiunge
prima degli altri, lo sconvolge con violenza e lo precipita nell’alcol.
La bottiglia, rimedio subdolo, gli anestetizza l’ansia, la fatica di esistere
e di sentire così profondamente.
«La sensibilità.
Il metro degli sciocchi. Come voler misurare ogni altro sentimento umano… Si parli, semmai, di fragilità, di esseri nati con la
pelle più sottile, un bassissimo numero di anticorpi a ogni bene e male del
mondo, dal dolore alla tenerezza, malinconia e amore compresi. Persone che
inchiodi con poco, basta un fiore per bucargli la pelle.»
Il permeabile cuore di Daniele risuona all'unisono, senza
alcuna linea di confine tra sé e l'altro.
Per restare lucido in ospedale, decide di interrompere il consumo di
alcolici durante la settimana lavorativa. Al termine del turno di ogni venerdì
ci si augura che l’astinenza prosegua a oltranza anche il sabato e la domenica.
Il lettore è con lui: lo segue senza giudizio
perché, di fronte a tutto ciò che accade all’interno del Bambino Gesù,
comprende il bisogno disperato di trovare una via di fuga. Staccare è
impossibile, così come distogliere lo sguardo dall’ingiustizia di una
condizione che ribalta l’ordine naturale delle cose
con la più atroce delle iniquità: quella che impone a un genitore
di seppellire il proprio figlio.
«Capire quale
disegno armi la scelta, un bambino al posto di un altro, da una parte la felice
normalità, dall’altra l’anormale disperazione che si porta la malattia, I miei
problemi nascono tutti da qui, dal voler capire quello che per gli uomini è
stato e sarà sempre inaccessibile, gli altri accettano questa impossibilità
perché altro non si può fare, io no, non riesco ad accontentarmi della
statistica che vuole ogni cento bambini un malato di cancro, uno di leucemia.»
«Se ci sei tu, Dio, dietro tutto, quello che fai compiere qua dentro non è giusto. Tu, non noi, dovresti chiedere perdono.»
Daniele comincia, caduta dopo caduta, a sottrarsi alla presa del mostro e
ad affidarsi alla sua risorsa più bella. Il tragico di cui è spettatore
partecipe trova sbocco proprio nel dono della poesia. Le
parole, come solo lui sa metterle insieme, diventano veicolo di condivisione e
varco d’uscita per tutto il non detto che nei mesi lo ha stravolto.
«Improvvisamente,
mi fioccano davanti agli occhi gli ultimi anni della mia vita. Quante parole,
nomi di droghe e malattie, soltanto per dire che mi manca il coraggio di vivere
e veder vivere le persone che amo, accettando la scure del destino perché solo
così può essere, consumandomi nella vicinanza, nell'accettazione di ogni errore
possibile vivendolo per quello che è veramente: un diaframma. Un velo nero da
strappare. Dietro quel velo restiamo bambini, tutti. Sempre.»
La trasformazione è graduale e lenta, a momenti
impercettibile. Eppure, tutto il racconto di La casa degli sguardi è fin
dall'inizio la cronaca di un cambiamento, di una durissima scalata verso la
luce.
«Io sono già
rinato.
Il primo giorno
che ho messo piede al bambino Gesù.»
La meraviglia del protagonista è quella di non smettere
mai di cercare uno spiraglio. La scrittura, i sorrisi
timidi, l’abnegazione per il lavoro, la capacità di fermarsi davanti a una
finestra per salutare un piccolo paziente e di «riconoscere l’armonia dentro
ogni particella del cosmo» sono all'origine della sua rinascita.
Il romanzo è autobiografico. Lui ce l’ha fatta.
Allora, rivolgo il mio pensiero a quelli che invece questa bellezza non
sono più riusciti a vederla, a quelli che il mostro se li è mangiati fino
all'ultimo boccone… quelli a cui la vita si è frantumata dentro e non
sono più riusciti a rimetterne insieme i pezzi.
Questo pensiero è per loro… che sono volati altrove e da lì, ogni sera, ci
colorano il tramonto.






