TRAMA
Brucia l’origine di Daniele Mencarelli racconta la storia di Gabriele,
un designer romano di umili origini che a Milano
ha trovato amore e successo. Dopo parecchi anni di
assenza, in occasione dell’anniversario di matrimonio dei genitori, torna a
Roma. Qui si ricongiunge con la famiglia, gli amici d’infanzia e un passato che gli mostra, nitida, la distanza tra le proprie radici e la vita che si
è costruito.
«E poi ricordare si
paga in nostalgia
E lui, da quando si
è fermato a casa, ha speso un patrimonio.»
“SEMO GENTE DE BORGATA”
Come
sempre, l'autore conquista con le sue storie e i suoi personaggi,
che diventano amici. Gente di borgata, persone autentiche e dure,
che hanno imparato a difendersi nelle periferie della capitale… e che dietro
alla corazza nascondono, come se fosse una debolezza, una grande sensibilità.
«Agli occhi di Gabriele compare il bambino conosciuto
all’asilo, che si faceva pipì addosso e poi scoppiava a piangere, o quello che
cadeva di continuo mentre giocavano. Chissà, forse la vita è in questi
interstizi di luce. Quando la fragilità dell’infanzia torna a vivere senza
vergogna.»
Tra
i meriti dello scrittore, c'è quello di portare alla luce i limiti e le asperità
di quartieri che lui, uomo del popolo, ben conosce.
La
figura centrale del romanzo ricorda tantissimo Daniele di Tutto chiede
salvezza e La casa degli sguardi e, proprio come lui, suscita nel
lettore una profonda empatia.
L’intera
vicenda è pervasa dal senso di inadeguatezza del protagonista, sospeso
tra due orizzonti. L’uno collocato nel nord
di una metropoli edonista e superficiale, l’altro radicato in una
realtà popolare, dignitosa seppure modesta.
Di
conseguenza, anche in Gabriele coesistono due anime contrapposte:
il designer di successo nella Milano bene e il ragazzino cresciuto in mezzo
agli acquedotti del Tuscolano.
«Sbrago nel senso che con te, a Milano, cerco, cerco di
essere più…preciso, più presentabile, con voi mica posso essere quello che sono
qua, quello che qua sono tutti, voi non avete idea, so’ mondi diversi…»
Benché
il titolo Brucia l’origine sembri preludere a una rottura con il passato,
il protagonista fa tutt’altro. Il suo sguardo risplende di un affetto indulgente.
Riconosce i limiti e la ruvidezza dell’ambiente da cui proviene senza
condannarlo, pur osservandolo criticamente.
L’intera
riflessione lo riporta al suo cammino altrove, ma l’amore per le origini resta.
Forse, la fatica maggiore è realizzare che, mentre gli altri sono
rimasti quelli di sempre, lui si trova a fare i conti con la vecchia
e la nuova versione di sé. Quando torniamo nei luoghi da
cui proveniamo, a volte non sono quei luoghi a essere cambiati. Siamo cambiati
noi. E ritrovare ciò che eravamo può diventare un'esperienza dolorosa, anche
quando quel passato continua a essere amato.
«Dico ma come hai fatto a rimane’ uguale a otto anni fa,
stesso… tutto, stessi posti, stessa vita, identico a come te ricordavo, come
hai fatto?»
Il
finale rimane aperto. Avrei desiderato per Gabriele una
riconciliazione tra le sue due anime, ma forse, da bravo narratore della
quotidianità, Mencarelli sa bene che sono tante le cose che, lungo il percorso
di ciascuno, restano sospese.
Finché c’è vita, tutto può ancora succedere.
“Core mio, core mio, la
speranza nun costa niente
Quanta gente c'ha tanti
sordi e l'amore no
E stamo mejo noi che nun
magnamo mai
Se potrebbe sta' pure
mejo, ma che voi fa'
Per ora ce stai te, er
resto ariverà…”
Semo gente de borgata è un celebre brano del 1972 scritto da Franco Califano
insieme a Marco Piacente ed Edoardo Vianello. La canzone è stata portata al
grande successo dal duo I Vianella, formato da Edoardo Vianello e Wilma Goich,
diventando un classico della musica popolare romana.






