Trama
Durante una cena per festeggiare gli esami di maturità
appena sostenuti, un gruppo di compagni di classe fa un patto che, sulle prime,
appare più come uno scherzo. In realtà si tratta di una spietata riffa: di anno
in anno i partecipanti si impegnano a versare una quota, destinata a crescere e
a essere reinvestita. Il montepremi finale andrà soltanto agli ultimi tre di
loro che rimarranno in vita.
«Rivadeneyra cercò di rivoltare la frittata facendo presente che il bello cominciava proprio allora, quando la fase sarebbe entrata nella sua fase decisiva e il loro tesoro (lo quantificò, una cifra sbalorditiva) sarebbe stato sempre più reale, sempre più vicino, sempre alla portata dei più forti, dei più sani, dei più risoluti, come un premio della vita …»
Quando diamo il peggio
Questo
romanzo, vincitore del Premio Strega di quest’anno,
non ha generato in me un particolare coinvolgimento. Ciononostante, ritengo
giusto attribuirgli il merito dell’originalità e del coraggio. Non
credo che l’intenzione dell’autore fosse quella di suscitare empatia nel
pubblico, al contrario, penso che lo volesse proprio destabilizzare. L’aspetto
interessante della storia è che consente di assumere una posizione esterna, di osservare
l’intera vicenda con uno sguardo distaccato e la curiosità
di sapere come andrà a finire.
«Arrivò il 22 luglio 2043 (cena numero 69), poi il 22
luglio 2044 (cena numero 70), e per i superstiti nulla era cambiato. Neanche
per la Podesta, dentro la quale, oramai perennemente in stato vegetativo,
pulsava un piccolo nucleo che sembrava voler dire: “Nun Moro!”»
Gli
studenti invecchiano di pagina in pagina e, quelli di loro che sopravvivono,
oltrepassano la novantina. Sono personaggi avidi, cinici e
del tutto privi di compassione. Pochissimi sono i compagni disinteressati alla scommessa
o che non ne diventano schiavi.
Non cambiano,
non evolvono. Restano fino alla fine congelati nei difetti
che li caratterizzano o nelle manie di cui sono succubi. Chi legge non rischia
l’immedesimazione perché le figure del romanzo sono caricature refrattarie
al dolore, affettivamente anestetizzate, mi verrebbe da dire
senz’anima.
«…Dei tredici che lo avevano condannato all’espulsione
dovevano essere morti, perché a un certo punto non li vide più arrivare …Ne
rimanevano dunque sei, tre puttane (…) e tre bastardi (…) e di quel passo
avrebbero superato il crinale degli ottant’anni trascinandosi dietro anche lui,
per cui era deciso, avrebbe colpito alla prima occasione.»
Non
ci sono rinascite. Non ci sono rivoluzioni. Il fine intimo di ciascuno, a
qualunque costo, è la vittoria. L’unico guizzo avviene nel
momento in cui alcuni degli ex liceali, oramai anzianissimi, si
trovano a convivere. Nella quotidianità, per forza di cose, trovano
argomenti e ricordi che esulano dalla loro iniziale scommessa.
Michele
Mari, con il suo romanzo, indaga attraverso la satira e il grottesco il tema
della decadenza morale e fisica dell’essere umano. Per
contrasto, la vecchiaia, età della saggezza e della pace, viene mostrata come
la versione più arida e incattivita della gioventù.
Questo libro mi ha ricordato molto Limonov, nella biografia di Emmanuel Carrère, per l’insofferenza che mi ha suscitato. E la ragione, analogamente a quando lessi Carrère, è il fatto di dover prestare continuamente attenzione a qualcosa che è diametralmente opposto ai miei valori. Restare connessi nonostante questo, però, consente di imparare ad ascoltare anche ciò che ci irrita.
Nel corso della lettura mi sono chiesta: cosa ci fa tirare fuori il peggio? Non credo che sia un meccanismo necessariamente legato ai soldi o alla paura di perderli. Sì, certo, l’avidità estrema è all’origine dei peggiori mali di ogni tempo. Ma nella quotidianità di ognuno? Diamo il peggio quando sentiamo minacciata la nostra sicurezza o il nostro ruolo. Diamo il peggio quando opponiamo resistenza all’ascolto per paura di perdere le nostre certezze. Quando il nostro ego fa troppo rumore e abbiamo la ridicola presunzione di essere l’inizio e la fine di ciò che sta fuori. Diamo il peggio quando prendiamo l’abitudine a stare nel buio fino a diventare oscurità. Proprio come I convitati di Pietra.
Il romanzo di Michele Mari ha richiesto l’impegno di stare in un universo umano che
ripugna, ma proprio questo ha indotto un’autoriflessione… e non è poi tanto
male ricordarsi come non si vuole essere o cosa non si vuole diventare.
“Il male non è soltanto ciò che si fa: è
anche il vuoto che si lascia quando non si è capaci di opporre il bene.”
Fëdor Dostoevskij (Adattamento dai diari / I fratelli Karamazov)

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