Trama
Tutte le mattine di Sibyl è un romanzo epistolare,
delicato e intenso. Attraverso le lettere si ricompongono i tasselli
di una vita intera. Il carteggio, pagina dopo pagina, rivela le perdite,
i segreti e le silenziose consapevolezze della protagonista.
«Scrivo a chiunque mi capisca, scrivo a
chiunque mi colpisca: amici, deputati, redattori, insegnanti, diplomatici,
scrittori. Gli scrittori sono i miei preferiti…Un'e-mail non potrà mai
sostituire una lettera scritta a mano. Sono convinta che si debba stare molto
attenti a come si comunica. Ricorda: le parole, soprattutto quelle scritte,
sono immortali.»
Una stagione soltanto
Bisognerebbe dirlo che Sibyl ha ampiamente oltrepassato
i settant'anni. Eppure, anziana non lo è per nulla. Il suo corpo
certamente mostra alcuni segni, ma tutto il resto si mantiene giovane, lucido e
vivace.
«Esistono quattro stagioni per definizione,
che si ripetono a cadenza regolare anno dopo anno. Poiché nella vita umana non
esiste un ritmo del genere, devo pensare che, se si parla di stagioni, ci
spetta a tutti una sola tornata… un avvicendarsi di stagioni a testa, sempre
che non si venga interrotti…»
La corrispondenza di Sibyl raggiunge con
immediatezza il lettore, avvincendolo fino alla fine. La storia si conclude
lasciando un senso di sorpresa, come se ci si aspettasse che quel racconto
potesse continuare per sempre. Ma poi mi domando: la nostra esistenza non è
forse così?
Ho realizzato come gli anni mi siano scivolati
veloci in un'unica stagione.
Al termine del libro mi è venuta in mente la scena di un
film, Turné di Gabriele Salvatores, in cui viene messo in scena Il
giardino dei ciliegi di Čechov. Il vecchio servitore, nella sequenza
finale, si sdraia: se ne sono andati tutti, lo hanno lasciato lì. La vita è
passata e lui non se n'è neanche accorto.
Attraversiamo momenti tumultuosi e giornate che sembrano non lasciare traccia, saliamo e scendiamo in continuazione dalle montagne russe… e resta la sensazione forte di trascorrere i giorni senza rendersi conto della strada fatta.
Sibyl fa tutto questo attraverso
la penna.
«La parola scritta, signor Watts, la parola
scritta, nero su bianco, significa le lettere, significa libri, significa la
legge, è tutta la stessa cosa. L'ho bene o male sentito sempre, sin da quando
ho memoria di me e scrivo lettere da mandare al mondo, da che mi è riuscito di
comporre una frase con la penna. (Età nove anni).»
La bellezza dello scambio epistolare:
l'inchiostro sulla carta, la busta con l'indirizzo e il francobollo,
la buca della posta e poi il silenzio e l'attesa della risposta.
Il romanzo ricorda la meraviglia e la poesia di uno
scambio antico e potente, capace di risvegliare sentimenti quasi infantili:
l’entusiasmo dell’attesa, la promessa di qualcosa che arriverà senza sapere
quando, e il piacere della reciprocità... E la mia generazione sa bene di cosa
sto parlando.
Forse Sibyl scrive tutte le mattine per continuare ad accorgersi
del mondo, per aprirsi agli altri ma anche a se stessa, rievocare e
trasformare le memorie in qualcosa di nuovo.
Anacronistiche per eccellenza, per questo indomite
e anticonformiste, le parole affidate alla carta
hanno la forza di ribellarsi alla tecnologia … per abbandonarsi al lusso di pensare,
di indugiare su di sé, ascoltare il caos e fare ordine. La
scrittura rifugge dalla sintesi e dalle abbreviazioni, persegue la cura, sfida la
velocità e segue il proprio passo.
Il romanzo di Virginia Evans è un invito a volare sul
posto, a guardarsi intorno e ad osare. A esserci, mentre la vita
accade.

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