martedì, gennaio 06, 2026

L'ANNIVERSARIO di Andrea Bajani

 


Trama

Un figlio decide di allontanarsi dal padre e dalla madre, di non vederli più. Attraverso l’elaborazione dei ricordi per mezzo della scrittura, l’autore ripercorre il processo che ha condotto allo strappo. Nel corso di un flusso intimo di pensieri, ci giunge la descrizione di una famiglia apparentemente simile a molte altre, eppure profondamente anomala e disturbata.

«Dieci anni fa, quel giorno, ho visto i miei genitori per l’ultima volta. Da allora ho cambiato numero di telefono, casa, continente, ho tirato su un muro inespugnabile, ho messo un oceano di mezzo. Sono stati i dieci anni migliori della mia vita.»

 
Una storia che colpisce, un silenzio che grida

Il racconto è completamente introspettivo e, pur mancando l’impeto delle emozioni, fa male. Questo libro è scritto così bene che fa male: fa male vedere un padre che, con malcelato dispotismo, intralcia e oltremodo osteggia la fioritura del proprio nucleo familiare. Ogni istante, ogni passaggio della vicenda è narrato da una voce interna ma fredda. Forse è questo ciò che affatica di più: un silenzio di fondo che urla e fa rumore. L’unico modo per sopravvivere è l'obbedienza prima e l’allontanamento dopo, almeno nel caso del protagonista.

«Cosa si dicessero quando sedevano in cucina è rilevante solo in parte, mentre lo è il fatto che adesso, scrivendone io possa vedere mia madre scorporata da mio padre. Che cioè la scrittura, colpendo parola dopo parola il monolite di una memoria familiare occupata per intero da lui, riesca a estrarre mia madre dalla roccia.»

La madre si presta a una doppia interpretazione: c’è chi la vede forte perché nella resa resiste e chi la considera inetta, perché non si ribella e continuamente si annulla. Sebbene il suo sia un personaggio opaco e dimesso, vale la pena astenersi dal giudizio. In fondo, in quanto madre, solo lei conosce le proprie ragioni. Il lettore non può fare a meno di chiedersi perché non scappi con i figli alla ricerca di una libertà comune; contemporaneamente, resta il dubbio che lei già immaginasse le conseguenze catastrofiche di una simile scelta.

«Mio padre aveva infatti fondato la sua gestione del potere sull’intimidazione, sull’allusione cioè a scenari violenti che si sarebbero verificati se il nostro agire non fosse stato conforme alle sue volontà.»

Che si tratti di una professione o di un’amicizia, la donna compie dei tentativi per uscire dalla vita domestica, non tanto per opporvisi quanto per sottrarsi all’ombra. Abile manipolatore, il marito concede iniziali aperture per dare prova di magnanimità, salvo poi sopprimere ogni aspirazione.

«Ovviamente era un’amicizia vista con sospetto da mio padre. E a ragione, mi viene da dire: l’amica di mia madre fu l’unica vera minaccia, credo, all’istruzione totalitaria che lui aveva messo in piedi. Se inizialmente mia madre poteva ricevere da quell’amica un paradossale aiuto nel guardare al marito con occhio più benevolo, in verità presto fu evidente che la direzione che prendeva quello sguardo era quella di un’eversione.

Fu una fiamma piccola, ma il gesto di scendere le scale, attraversare la strada sulle strisce pedonali, entrare in un portone differente, salire altre scale per prendere un caffè con la sua amica, fu sufficiente per far percepire a mio padre il rischio dell’incendio.»

Il padre è un narcisista di tipo grandioso, incapace di amare e alla spasmodica ricerca di consenso e ammirazione. Oltre a questo, che già ce lo rende sgradevole, è anche un capofamiglia sessista e oppressivo. Il tema della critica al patriarcato è presente, ma non centrale. Al di là degli archetipi di genere, a emergere in primo piano è la sua psiche disturbata. Il fatto che sia maschio ne determina l'agire e il modo di pensare; ma se quella stessa personalità fosse stata della madre, l’intero gruppo familiare avrebbe ugualmente portato i segni di un grave squilibrio: l’ordine di vittima e carnefice si sarebbe invertito, ma poco altro sarebbe cambiato.

«Si possono abbandonare i propri genitori? O meglio, ci si può sottrarre a loro, semplicemente togliendo il proprio corpo di mezzo con un gesto netto e definitivo? E condannarli a vivere il resto dei propri giorni, per così dire, con un arto fantasma? …

La geografia è da sempre stata la sponda di ogni disfunzione familiare. Credo avvenga appunto per istinto, ancora prima che per emulazione: allontanarsi da ciò che ti fa male.»

L’autore li abbandona entrambi, sulla stessa barca, consegnandoli a un unico destino. In questo modo si libera della frequentazione e di ogni obbligo nei loro confronti. Sacrificando la madre per salvarsi dal padre, li colloca sullo stesso piano. A distanza di dieci anni, il tempo sembra confermare la sensatezza di questa scelta.

Il suo racconto è scientifico; c’è qualcosa di chirurgico nella sua analisi: le descrizioni sono prive di giudizi e di emozioni, ma strepita un malessere di fondo. Mi chiedo, però, se per il protagonista non esista una via per riappacificarsi con la propria storia, con un universo che non gli ha dato i genitori di cui aveva bisogno. Perché, dal mio punto di vista, la strada che ha percorso somiglia al cortisone: cura, ma non guarisce.

 

 

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