lunedì, gennaio 12, 2026

Ogni prigione è un'isola di Daria Bignardi

Cari lettori e care lettrici, sotto al commento in italiano, trovate anche una traduzione in tedesco.

Liebe Leserinnen und liebe Leser, unter diesem Beitrag findet ihr auch eine Version auf Deutsch.


CONTENUTO

«Ogni carcere è un’isola, ogni isola una prigione.»

Attraverso interviste, racconti e riflessioni, Daria Bignardi mostra come il carcere sia un mondo separato dalla società, e come ogni istituto penitenziario abbia regole, dinamiche e una dimensione propria che lo rendono unico.

«Scrivere un libro significa infilarsi dentro un’ossessione dalla quale non si esce mai, neanche mentre si dorme. E io non voglio stare in carcere per anni, non voglio starci di notte, pensare solo a quello. In carcere si sta male.»

L’autrice racconta le vite dei detenuti, le loro storie personali e l’impatto della detenzione sulla loro esistenza. Le testimonianze coinvolgono anche agenti di polizia penitenziaria, giudici e direttori, offrendo uno sguardo completo sul mondo carcerario.

 

COMMENTO

ISOLA, isolare, isolato, isolamento, isolazione… dalla radice di “isola” emerge subito la condizione psicologica di una prigione. Non solo come luogo a sé, separato dal tutto, ma proprio come spazio che contraddistingue uno stato mentale. Il carcere è disconnessione, allontanamento, partenza forzata.

Titolo e contenuti conducono il lettore in un viaggio che segna. La vita carceraria è presentata come un cammino diverso per ognuno e trasformativo sì, ma in modi e tempi imprevedibili, che riguardano come ciascun detenuto elabori la propria vicenda.

«Avevo solo ventiquattro anni e quell’amicizia fraterna, nonostante alcuni di noi siano morti, altri rovinati dal carcere con condanne trentennali o all’ergastolo, è rimasta. Siamo solo cambiati con la testa, non più calda ma disperata per gli anni di vita che abbiamo perso

Per la maggior parte degli intervistati ricorre il senso di colpa nei confronti delle famiglie. Una colpa che non si esaurisce nel reato, ma che si allarga e si stratifica: colpa per l’imbarazzo causato, per la vergogna subita, per lo stigma che ricade su chi resta fuori. E poi c’è la colpa per l’assenza: non esserci nei momenti importanti, non poter proteggere, sostenere, condividere la quotidianità.

«Nella stanzetta con le sbarre ci aspettavano sette detenuti di età diverse, tutti con lunghe condanne. Prima di iniziare l’intervista ci aggiornavano sui problemi della settimana delle loro famiglie, perché in carcere i prigionieri si sentono in colpa rispetto ai parenti e ne parlano continuamente. Partecipare ai guai dei famigliari glieli fa sentire vicini e permette di metter via per un momento i propri…

Le persone detenute sono devastate dai sensi di colpa. Li abbiamo tutti, figuriamoci chi ha famiglie e vittime che soffrono a causa sua. Ce li hanno persino quelli che finiscono in carcere innocenti

La narrazione è molto oggettiva ma anche partecipe. Alcuni passaggi delle interviste lasciano con il dilemma del perdono un barlume di speranza.

«Io davanti al giudice avevo finto di essere pentito, avevo pianto e avevo chiesto perdono, insomma avevo fatto la scena, e quel ragazzo ci aveva creduto e mi aveva abbracciato! Quel perdono immeritato non l’ho più dimenticato, anche se per anni ne ho combinate ancora: ha lavorato dentro di me finché un giorno ho deciso di meritarmelo davvero e di cambiare vita. Se ce la farò sarà anche merito suo.»

Da questa testimonianza sembra che il bene non vada mai perso, che piuttosto richieda prima di agire tempi strani e insperati. Il fatto che i dati denuncino una spropositata incidenza di suicidi nelle prigioni rivela la necessità di soffermarsi, tra i tanti aspetti, sulla questione della colpa e del perdono.

«Nel 2022, secondo il rapporto dell’organizzazione Antigone, a San Vittore i suicidi sono stati quattro, e cinque a Foggia … L’Italia nel 2022 ha avuto il maggior numero di suicidi di sempre: ottantacinque. In carcere ci si uccide venti volte più che fuori, e negli ultimi dieci anni si sono tolti la vita anche cento agenti penitenziari.»

Il tema del gesto estremo mi porta alla mente l’Amleto di Shakespeare, che resta sospeso tra la scelta se essere o non essere, se combattere o lasciarsi andare e morire. Forse, il senso della detenzione è proprio quello di resistere, di trovare nella prigionia equilibrio e dignità, in una condizione sospesa tra la vita e la morte civile. Il dato dei decessi tra le guardie aggiunge inoltre una forte pressione emotiva. Si tratta di un luogo che, in alcuni casi, non solo non riesce a riparare, ma finisce per aggravare ulteriormente le ferite di chi vi lavora e di chi vi è rinchiuso

Per motivi di studio mi è capitato di recente di visitare la prigione di una grande città. Se ci ripenso, rivedo muri e stanze cieche: i polmoni chiamano aria, le braccia spazio, gli occhi finestre. Benché sapessi di poter uscire, il senso di limitazione della libertà era così forte, che mi sono subito sentita reclusa. Al di là delle ragioni per cui i carcerati si trovano in stato di detenzione, ho pensato a cosa provino le loro famiglie e i loro figli ogni volta che varcano i cancelli di un penitenziario. Per questo credo che sia interessante guardare oltre quei muri per vedere chi è dentro e chi li attraversa. 

Dobbiamo continuamente saltare giù da una scogliera e sviluppare le nostre ali mentre cadiamo.
(Kurt Vonnegut)

 Deutsche Version folgt

INHALT

« Jedes Gefängnis ist eine Insel, jede Insel ein Gefängnis.»

Durch Interviews, Berichte und Reflexionen zeigt Daria Bignardi, wie das Gefängnis eine Welt ist, die von der Gesellschaft getrennt ist, und dass jede Justizvollzugsanstalt eigene Regeln, Abläufe und eine besondere Dimension hat, die sie einzigartig machen.

«Ein Buch zu schreiben bedeutet, sich in eine Obsession zu vertiefen, aus der man nie herauskommt, nicht einmal im Schlaf. Und ich will nicht jahrelang im Gefängnis sein, ich will nicht nachts dort sein und nur daran denken. Im Gefängnis geht es einem schlecht.»

Die Autorin erzählt die Leben der Gefangenen, ihre persönlichen Geschichten und den Einfluss der Haft auf ihr Leben. Auch Berichte von Justizvollzugsbeamten, Richtern und Direktoren geben einen umfassenden Einblick in die Gefängniswelt. 

 

KOMMENTAR

INSEL, isolieren, isoliert, Isolation … aus der Wortwurzel Insel wird sofort die psychologische Situation eines Gefängnisses deutlich. Nicht nur als ein Ort für sich, getrennt von allem, sondern als Raum, der einen mentalen Zustand prägt. Das Gefängnis bedeutet Trennung, Entfernung, erzwungene Abwesenheit.

Titel und Inhalt führen die Lesenden auf eine Reise, die Spuren hinterlässt. Das Leben im Gefängnis ist für jeden unterschiedlich und transformativ, ja …aber auf unvorhersehbare Weise, die davon abhängt, wie jeder Gefangene seine eigene Geschichte verarbeitet.

«Ich war erst vierundzwanzig Jahre alt, und diese brüderliche Freundschaft, obwohl einige von uns gestorben sind, andere durch lange Haftstrafen oder lebenslange Verurteilungen zerstört wurden, ist geblieben. Wir haben uns nur verändert im Kopf – nicht mehr warm, sondern verzweifelt wegen der Jahre, die wir verloren haben

 

Bei den meisten Befragten taucht ein starkes Schuldgefühl gegenüber ihren Familien auf. Eine Schuld, die sich nicht nur auf die Tat beschränkt, sondern sich ausweitet und schichtet: Schuld wegen der verursachten Beschämung, des Stigmas, das auf denen lastet, die draussen bleiben. Und dann gibt es die Schuld wegen Abwesenheit: nicht bei wichtigen Momenten da zu sein, nicht schützen, unterstützen oder den Alltag teilen zu können.

«In dem kleinen Raum mit den Gittern erwarteten uns sieben Gefangene unterschiedlichen Alters, alle mit langen Strafen. Bevor das Interview begann, berichteten sie von den Problemen der Woche ihrer Familien, denn im Gefängnis fühlen sich die Häftlinge gegenüber den Angehörigen schuldig und sprechen ständig darüber. Teilzunehmen an den Sorgen der Familien lässt sie sich für einen Moment nah fühlen und erlaubt ihnen, ihre eigenen Sorgen beiseite zu legen

Die Gefangenen sind von Schuldgefühlen stark belastet. Wir alle haben sie, erst recht diejenigen mit Familien und Opfern, die durch sie leiden. Sogar diejenigen, die unschuldig eingesperrt wurden, empfinden sie.»

Die Erzählung ist sehr objektiv, aber auch einfühlsam. Einige Passagen der Interviews lassen einen Hoffnungsschimmer durchscheinen, in Bezug auf das Thema Vergebung.

«Vor dem Richter hatte ich so getan, als wäre ich reumütig, ich hatte geweint und um Vergebung gebeten, also habe ich eine Szene gemacht, und dieser Junge hat daran geglaubt und mich umarmt! Diese unverdiente Vergebung habe ich nie vergessen, auch wenn ich jahrelang noch Fehler gemacht habe: Sie wirkte in mir weiter, bis ich eines Tages beschloss, sie wirklich zu verdienen und mein Leben zu ändern. Wenn es mir gelingt, verdanke ich es auch ihm.»

Diese Aussage zeigt, dass das Gute niemals verloren geht, sondern Zeit braucht, manchmal auf seltsame und unerwartete Weise. Die Tatsache, dass Daten eine unverhältnismässig hohe Zahl von Suiziden in Gefängnissen zeigen, verdeutlicht, wie wichtig es ist, über Schuld und Vergebung nachzudenken.

«Im Jahr 2022 gab es laut dem Bericht der Organisation Antigone vier Suizide in San Vittori und fünf in Foggia … Italien hatte 2022 die höchste Zahl von Suiziden aller Zeiten: 85. In Gefängnissen nimmt man sich zwanzigmal häufiger das Leben als draussen, und in den letzten zehn Jahren haben auch hundert Justizvollzugsbeamte Suizid begangen.»

Das Thema des extremen Schritts erinnert mich an Shakespeares Hamlet, der zwischen Sein oder Nichtsein, zwischen Kämpfen oder Aufgeben und Sterben schwebt. Vielleicht besteht der Sinn der Haft genau darin, standzuhalten, in der Gefangenschaft Gleichgewicht und Würde zu finden – in einem Zustand zwischen Leben und zivilem Tod. Die Zahl der Todesfälle unter den Beamten fügt zudem einen starken emotionalen Druck hinzu. Es ist ein Ort, der in manchen Fällen nicht nur nicht repariert, sondern die Wunden, der dort Arbeitenden und der Inhaftierten noch verschärft.

Aus Studiengründen habe ich kürzlich ein Gefängnis in einer Grossstadt besucht. Wenn ich daran zurückdenke, sehe ich Wände und kahle Räume: Die Lungen rufen nach Luft, die Arme nach Raum, die Augen nach Fenstern. Obwohl ich wusste, dass ich gehen konnte, war das Gefühl der eingeschränkten Freiheit so stark, dass ich mich sofort eingesperrt fühlte. Abgesehen von den Gründen, warum Menschen in Haft sind, habe ich darüber nachgedacht, wie ihre Familien und Kinder sich fühlen, wenn sie die Gefängnistore passieren. Deshalb halte ich es für wichtig, über diese Mauern hinauszusehen, um zu verstehen, wer drinnen ist und wer sie überquert.

 

Wir müssen ständig von einer Klippe springen und dabei unsere Flügel entwickeln, während wir fallen.

(Kurt Vonnegut)

martedì, gennaio 06, 2026

Un messaggio per i lettori- Eine Botschaft- A message

 


Carissimi tutti

Innanzi tutto, buon anno e grazie di essere qui 🌍

Nel corso del 2025 le visualizzazioni del blog sono aumentate. Posso individuare solo la nazione da cui mi leggete e l’orario, ma questo basta già a sorprendermi. In particolar modo vorrei salutare il lettore o la lettrice di Singapore.
"Singapore, vado a Singapore…" quello della canzone? 🎶
In che lingua mi leggete? Come saranno le traduzioni dei vostri browser? 🤔
Non lo so, ma vorrei potervi ringraziare tutti, uno per uno!💛 

Io preferisco tradurre personalmente i miei testi in tedesco e in inglese (con l'aiuto degli strumenti online quando serve). Per leggere i post più autenticamente, scorrete fino alla sezione con la traduzione nella vostra lingua!

La cosa che mi sorprende di più è che il blog riceva più visite dagli Stati Uniti e dall’Asia che dall’Italia o dalla Svizzera. Ho seguito un corso di web scrittura e lì mi è stata spiegata la differenza tra un clic e una visualizzazione: aprire una pagina e leggerla fino alla fine è un atto quasi rivoluzionario, in questa epoca di interazioni velocissime.⚡

Per stare al passo con i tempi, ho cambiato un po’ la grafica e la struttura dei post. Poi, come sempre, tutto dipende dal contenuto e da ciò che un libro mi ispira.📖
Il commento più letto è stato quello sul metodo Hoffmann; trattandosi di un libro a tema psicologico, ho potuto schematizzare molto.
Le recensioni meno lette ma più belle e sentite sono quelle dedicate ai romanzi di Jane Austen. 🌸

Benché, a livello visivo, le riflessioni possano apparire come un mappazzone, il contenuto è frutto di una passione profonda per questa straordinaria scrittrice. Leggere Austen significa coltivare il pensiero intelligente, le parole belle, l'arte di rispondere con classe alle provocazioni. ✒️

Anche nel 2026 continuerò con gli ultimi due romanzi, Emma e Sanditon, e poi con tutto ciò che saprà catturare la mia attenzione o nascere dallo studio. 🔍

Sto lavorando anche a un nuovo progetto di scrittura, destinato alla pubblicazione, che spero di terminare entro l’anno. ✍️

Vorrei ringraziare le mie prime affezionate lettrici: Monica e mia mamma, che non mancano mai di leggermi con attenzione, accompagnandomi fedelmente a ogni nuova pubblicazione. Grazie davvero di cuore!💞

Chiunque tu sia, ovunque tu ti trovi nel mondo,
il viaggio sei tu. 🌍💫




Liebe Leserinnen und Leser ✨
zunächst einmal: ein gutes neues Jahr und danke, dass ihr hier seid! 🌍

Im Laufe des Jahres 2025 sind die Aufrufe meines Blogs gestiegen. Ich kann lediglich das Land erkennen, aus dem ihr lest, sowie die Uhrzeit – und doch genügt das, um mich zu überraschen. Besonders grüßen möchte ich die Leserin oder den Leser aus Singapur 
In welcher Sprache lest ihr mich wohl? Wie klingen die Übersetzungen eurer Browser? 🤔
Ich weiß es nicht, aber ich würde euch am liebsten alle danken, eine und einen nach dem anderen!💛

Ich übersetze meine Texte lieber persönlich ins Deutsche und Englische (auch mit Hilfe von Online-Tools, wenn nötig). Für ein authentischeres Leseerlebnis scrollt bitte bis zum Abschnitt mit der Übersetzung in eurer Sprache!

Was mich am meisten überrascht, ist die Tatsache, dass der Blog mehr Besuche aus den USA 🇺🇸 und aus Asien erhält als aus Italien oder der Schweiz. Ich habe einen Kurs über Webwriting besucht, und dort wurde mir der Unterschied zwischen einem Klick und einer tatsächlichen Seitenansicht erklärt: Eine Seite zu öffnen und sie bis zum Ende zu lesen, ist in Zeiten rasanter Interaktionen beinahe ein revolutionärer Akt .⚡

Um mit der Zeit Schritt zu halten, habe ich im Laufe der Zeit das Layout und die Struktur der Beiträge etwas verändert. Doch letztlich hängt alles vom Inhalt ab und davon, was ein Buch in mir auslöst.📖
Der meistgelesene Beitrag war jener über die Hoffmann-Methode; da es sich um ein psychologisches Thema handelt, konnte ich viel strukturieren.
Weniger gelesen, aber aus meiner Sicht die schönsten und intensivsten Texte, sind jene über die Romane von Jane Austen.🌸

Auch wenn meine Überlegungen auf den ersten Blick wie ein kompakter Block wirken mögen, entspringen sie einer tiefen Leidenschaft für diese außergewöhnliche Schriftstellerin. Austen zu lesen bedeutet, kluges Denken, schöne Worte und Stil zu kultivieren. ✒️

Auch 2026 werde ich mich den letzten beiden Romanen, Emma und Sanditon, widmen – und allem, was meine Aufmerksamkeit fesselt oder aus meinem Studium hervorgeht. 🔍

Außerdem arbeite ich an einem neuen Schreibprojekt mit dem Ziel der Veröffentlichung und hoffe, es im Laufe des Jahres abschließen zu können. ✍️

Ich möchte meinen ersten, treuen Leserinnen danken: Monica und meine Mutter, die mich bei jeder neuen Veröffentlichung stets aufmerksam begleiten. Grazie davvero di cuore! 💞

Wer auch immer du bist, wo immer du dich auf der Welt befindest –
die Reise bist du. 🌍💫


Dear readers


First of all, happy New Year and thank you for being here 🌍

Over the course of 2025, the number of views on my blog has increased. I can only see the country you are reading from and the time of day – yet even this is enough to surprise me. In particular, I would like to greet the reader from Singapore.
In which language are you reading me? What do your browser translations sound like? 🤔
I don’t know, but I would love to thank each and every one of you! 💛

I prefer to translate my texts personally into German and English (with a big help from online tools when needed). For a more authentic reading experience, please scroll down to the section with the translation in your language!

What surprises me the most is that the blog receives more visits from the United States 🇺🇸 and Asia 🌏 than from Italy or Switzerland. I attended a course on web writing, where I learned the difference between a click and an actual page view: opening a page and reading it to the end is, in an age of lightning-fast interactions, almost a revolutionary act.⚡

To keep up with the times, over time I have slightly changed the layout and structure of my posts. As always, however, everything depends on the content and on what a book awakens in me. 📖
The most-read piece was the one on the Hoffmann Method; since it deals with psychology, I was able to structure it clearly.
The least-read reviews, yet, at least in my view, the most heartfelt and beautiful ones, are those dedicated to the novels of Jane Austen. 🌸

Even if, visually, my reflections may appear dense or compact, their content is the result of a deep passion for this extraordinary writer. Reading Austen means cultivating intelligent thought, beautiful language, and grace.✒️

In 2026 I will continue with her last two novels, Emma and Sanditon, as well as with anything that captures my attention or emerges from my studies. 🔍

I am also working on a new writing project with the aim of publication, and I hope to complete it within the year. ✍️

I would like to thank my first, devoted readers: Monica and my mom, who never fail to read me attentively, faithfully accompanying me with each new publication. 💞

Whoever you are, wherever you are in the world,
the journey is you. 🌍💫








L'ANNIVERSARIO di Andrea Bajani

 


Trama

Un figlio decide di allontanarsi dal padre e dalla madre, di non vederli più. Attraverso l’elaborazione dei ricordi per mezzo della scrittura, l’autore ripercorre il processo che ha condotto allo strappo. Nel corso di un flusso intimo di pensieri, ci giunge la descrizione di una famiglia apparentemente simile a molte altre, eppure profondamente anomala e disturbata.

«Dieci anni fa, quel giorno, ho visto i miei genitori per l’ultima volta. Da allora ho cambiato numero di telefono, casa, continente, ho tirato su un muro inespugnabile, ho messo un oceano di mezzo. Sono stati i dieci anni migliori della mia vita.»

 
Una storia che colpisce, un silenzio che grida

Il racconto è completamente introspettivo e, pur mancando l’impeto delle emozioni, fa male. Questo libro è scritto così bene che fa male: fa male vedere un padre che, con malcelato dispotismo, intralcia e oltremodo osteggia la fioritura del proprio nucleo familiare. Ogni istante, ogni passaggio della vicenda è narrato da una voce interna ma fredda. Forse è questo ciò che affatica di più: un silenzio di fondo che urla e fa rumore. L’unico modo per sopravvivere è l'obbedienza prima e l’allontanamento dopo, almeno nel caso del protagonista.

«Cosa si dicessero quando sedevano in cucina è rilevante solo in parte, mentre lo è il fatto che adesso, scrivendone io possa vedere mia madre scorporata da mio padre. Che cioè la scrittura, colpendo parola dopo parola il monolite di una memoria familiare occupata per intero da lui, riesca a estrarre mia madre dalla roccia.»

La madre si presta a una doppia interpretazione: c’è chi la vede forte perché nella resa resiste e chi la considera inetta, perché non si ribella e continuamente si annulla. Sebbene il suo sia un personaggio opaco e dimesso, vale la pena astenersi dal giudizio. In fondo, in quanto madre, solo lei conosce le proprie ragioni. Il lettore non può fare a meno di chiedersi perché non scappi con i figli alla ricerca di una libertà comune; contemporaneamente, resta il dubbio che lei già immaginasse le conseguenze catastrofiche di una simile scelta.

«Mio padre aveva infatti fondato la sua gestione del potere sull’intimidazione, sull’allusione cioè a scenari violenti che si sarebbero verificati se il nostro agire non fosse stato conforme alle sue volontà.»

Che si tratti di una professione o di un’amicizia, la donna compie dei tentativi per uscire dalla vita domestica, non tanto per opporvisi quanto per sottrarsi all’ombra. Abile manipolatore, il marito concede iniziali aperture per dare prova di magnanimità, salvo poi sopprimere ogni aspirazione.

«Ovviamente era un’amicizia vista con sospetto da mio padre. E a ragione, mi viene da dire: l’amica di mia madre fu l’unica vera minaccia, credo, all’istruzione totalitaria che lui aveva messo in piedi. Se inizialmente mia madre poteva ricevere da quell’amica un paradossale aiuto nel guardare al marito con occhio più benevolo, in verità presto fu evidente che la direzione che prendeva quello sguardo era quella di un’eversione.

Fu una fiamma piccola, ma il gesto di scendere le scale, attraversare la strada sulle strisce pedonali, entrare in un portone differente, salire altre scale per prendere un caffè con la sua amica, fu sufficiente per far percepire a mio padre il rischio dell’incendio.»

Il padre è un narcisista di tipo grandioso, incapace di amare e alla spasmodica ricerca di consenso e ammirazione. Oltre a questo, che già ce lo rende sgradevole, è anche un capofamiglia sessista e oppressivo. Il tema della critica al patriarcato è presente, ma non centrale. Al di là degli archetipi di genere, a emergere in primo piano è la sua psiche disturbata. Il fatto che sia maschio ne determina l'agire e il modo di pensare; ma se quella stessa personalità fosse stata della madre, l’intero gruppo familiare avrebbe ugualmente portato i segni di un grave squilibrio: l’ordine di vittima e carnefice si sarebbe invertito, ma poco altro sarebbe cambiato.

«Si possono abbandonare i propri genitori? O meglio, ci si può sottrarre a loro, semplicemente togliendo il proprio corpo di mezzo con un gesto netto e definitivo? E condannarli a vivere il resto dei propri giorni, per così dire, con un arto fantasma? …

La geografia è da sempre stata la sponda di ogni disfunzione familiare. Credo avvenga appunto per istinto, ancora prima che per emulazione: allontanarsi da ciò che ti fa male.»

L’autore li abbandona entrambi, sulla stessa barca, consegnandoli a un unico destino. In questo modo si libera della frequentazione e di ogni obbligo nei loro confronti. Sacrificando la madre per salvarsi dal padre, li colloca sullo stesso piano. A distanza di dieci anni, il tempo sembra confermare la sensatezza di questa scelta.

Il suo racconto è scientifico; c’è qualcosa di chirurgico nella sua analisi: le descrizioni sono prive di giudizi e di emozioni, ma strepita un malessere di fondo. Mi chiedo, però, se per il protagonista non esista una via per riappacificarsi con la propria storia, con un universo che non gli ha dato i genitori di cui aveva bisogno. Perché, dal mio punto di vista, la strada che ha percorso somiglia al cortisone: cura, ma non guarisce.

 

 

mercoledì, novembre 26, 2025

PERSUASIONE di Jane Austen

 


A pochi giorni di distanza dal suo 250° compleanno, che sarà il 16 dicembre 1775, un altro libro di Jane Austen!

Un’autrice davvero moderna sotto ogni punto di vista. Costretta dalle convenzioni, ma ribelle e libera nel pensiero, denuncia ingiustizie e rivendica diritti che ai suoi giorni quasi nessuno si sognava di prendere in considerazione. Le sue protagoniste scelgono con fatica ma senza calcolo né convenienza. Persino quando tutto sembra perduto la loro caparbietà le premia: uno scorcio rosa impone sempre il lieto fine. Del resto, non è possibile che, dopo aver inseguito le proprie paladine per centinaia di pagine, il lettore resti deluso da una sconfitta.

Elinor Dashwood, Elizabeth Bennet, Fanny Price, Catherine Morland e Anne Elliot sono spesso descritte come delle eroine dalla Austen stessa. Non credo che oggi si userebbe lo stesso epiteto nei loro confronti, perché così tanto è stato raggiunto che si dà per scontata la conquista di spazi e diritti da parte del genere femminile. Così pare, ma non è. La geografia del mondo ci offre una lunga lista di luoghi e sistemi in cui il principio di eguaglianza è assente; persino il mercato del lavoro occidentale rivela clamorose differenze di trattamento tra i generi.

In ogni Stato, regione e continente, a nord, sud, est e ovest, per una donna affermarsi e scegliere come vivere senza alcun condizionamento esige forza e coraggio. Restare o lasciare non è mai facile. Non è facile uscire da situazioni in cui si è infelici. Non è facile crescere dei figli e perseguire una sacrosanta realizzazione. Neppure è facile scegliere di restare se stessi senza dover rendere conto a nessuno.

Ecco la modernità di questa scrittrice, che parla di principi universali e che vanno anche oltre i generi. Ogni essere umano che ha il coraggio di vivere come vuole, nel rispetto di tutti ma soprattutto riconoscendo la propria natura, è un personaggio eroico. Ecco perché, a dispetto dei duecento e passa anni che ci separano dalle stesure dei romanzi di Austen, ogni lettura è una lezione. 


In Persuasione Anne Elliot, da giovane, si lascia convincere dalla famiglia e da un’amica matura a rinunciare a sposare Frederick Wentworth, considerato troppo poco per lei. Otto anni dopo, quando lo rivede ormai affermato e distante, capisce che quella rinuncia è stato l’errore più grande della sua vita.

“Aveva rinunciato a lui per dare retta agli altri, aveva ceduto a un eccesso di persuasione. Si era trattato di debolezza e insicurezza.”

“Ahimè! Nonostante questi ragionamenti, si rese conto che per chi non sa dimenticare i sentimenti otto anni sono poco più di niente.”

Nel caso di Anne, i familiari non hanno per nulla a cuore la sua felicità. Non la vedono, se non in funzione della soddisfazione dei propri bisogni. Prendono senza dare nulla in cambio. La persuasione qui è descritta come manipolazione dell’altro, ai fini della soddisfazione del proprio interesse. È molto irritante questo atteggiamento. No?

“Era stata costretta alla prudenza in gioventù; aveva imparato il romanticismo crescendo: la conseguenza naturale di un inizio innaturale.”

La protagonista rinuncia a se stessa in nome di ideali non suoi, basati sulle valutazioni delle persone di cui si fida. Allora, di chi ci possiamo veramente fidare? Non è sempre possibile decidere con lucidità, soprattutto se le emozioni sono più forti e la posta in gioco è particolarmente alta.

Chi vuole che l’altro sia davvero felice lo fa anche a proprio svantaggio, magari lasciandolo andare quando lo vorrebbe trattenere.

Forse il punto è proprio questo: nessuno dovrebbe convincere qualcun altro a fare o non fare qualcosa. A volte basta restare accanto in empatico silenzio: esserci comunque vadano le cose. E se proprio si deve sbagliare, avere almeno la consolazione di esserne gli unici responsabili.

«La libertà non è fare quello che si vuole. Neanche l’uomo più ricco del mondo può fare quello che vuole. Ci sarà sempre il sole, l’ombra, il freddo ad obbligarlo a fare qualcosa di diverso. La vera libertà è essere se stessi, coltivare e mostrare al mondo quello che si è davvero.» (Fabrizio Caramagna)

 

martedì, novembre 11, 2025

L’ABBAZIA DI NORTHANGER di Jane Austen

 


Trama

Catherine Morland, giovane ingenua e appassionata di romanzi gotici, lascia la campagna per trascorrere un periodo di vacanza a Bath con i coniugi Allen, amici dei genitori. Nella vivace cittadina conosce nuove persone e intreccia rapporti che la conducono fino all’abbazia di Northanger, residenza dei Tilney. La ragazza, proveniente dal mondo rurale e da una famiglia agiata ma semplice, offre prove ripetute della propria inesperienza. Senza astuzie né malizia impara, a proprie spese, ad andare oltre le apparenze e che non sempre il bello è anche buono.

 

UNA COMMEDIA GOTICA

La letteratura gotica si riconosce per ambientazioni cupe e labirintiche, spesso castelli o abbazie che custodiscono segreti. L’atmosfera è perennemente sospesa, carica di attese e inquietudini. “A figurare spesso nel romanzo gotico sono giovani donne rese prigioniere o soggette a ogni sorta di turba psichica, che non riuscendo a distinguere la realtà dall’immaginazione tendono a mettere in dubbio ogni dettaglio, ritrovandosi vittime delle loro stesse pulsioni”. (www.illibraio.it)

La critica riconosce a Jane Austen un’ironia acuta nei confronti di questo tipo di narrativa e il suo desiderio di invitare il pubblico a distinguere sempre fantasia e realtà. È un po’ come se oggi, dopo aver letto It di Stephen King, ci si aspettasse di vedere un clown assassino uscire da un tombino.

La scrittrice combina ambienti e personaggi in modo tale da contrappore spiritosamente la commedia all’inquietudine della narrazione gotica. L’abbazia di Northanger, con il vento notturno che sibila tra corridoi e stanze, e i suoi angoli bui e passaggi nascosti, richiama volutamente lo scenario dei romanzi gotici più cupi.

“Sordi mormorii sembravano serpeggiare lungo il corridoio. Più di una volta le si gelò il sangue per il suono di gemiti lontani…”

Al tempo stesso, Catherine è un’attrice brillante e leggera; la sua spensieratezza, unita alla lettura dei romanzi gotici, la porta a travisare fatti e intenzioni:

“Se capisco bene, lei ha definito una cosa di un tale orrore che non ho quasi parole per descriverla. Cara signorina Morland, consideri la spaventosa natura dei sospetti che ha nutrito. Come ha potuto formularli?”

Le sue paure e le sue investigazioni non sono credibili, tanto che la scrittrice stessa, presentandole, sorride compiaciuta. Il monito è chiaro: restare vigili nell’osservazione della realtà, senza proiettare all’esterno impressioni e fantasie personali.

 

BELLO MA NON BELLISSIMO

L’Abbazia di Northanger è tra i primi romanzi scritti da Jane Austen, e lo si avverte: sia nella narrazione sia nella caratterizzazione dei personaggi. Alcuni di essi ricordano debolezze e bassezze umane tipiche di altre opere dell’autrice, qui però risultano quasi delle macchiette: la signora Allen che termina ogni conversazione alludendo alla moda è una caricatura un po’ pesante.

Anche Isabella Thorpe e suo fratello John, figure losche della storia, non hanno il fascino dei personaggi ombrosi degli altri romanzi; qui i “cattiviirritano senza brillare: basti pensare alla pochezza del reverendo Collins in Orgoglio e pregiudizio o alla goffaggine di James Rushworth in Mansfield Park.

Isabella è certamente la persona destinata a risvegliare Catherine dal suo stato di innocenza. La scrittrice rappresenta ad arte le dinamiche della manipolazione con cui i furbi adescano le loro prede: parole tanto belle quanto vuote convincono le vittime dell’unicità della relazione, intrappolandole al servizio esclusivo dell’ego altrui.

“Il giorno dopo, piuttosto presto, un biglietto di Isabella, che trasudava pace e tenerezza da ogni riga e che richiedeva l’immediata presenza della sua amica per una questione di massima importanza, fece sì che Catherine si affrettasse, in un felicissimo stato di fiducia e felicità …”

Il momento di svolta più atteso è infatti quello in cui la protagonista si libera dal giogo psicologico della falsa amica, una vera catarsi narrativa:

“Degli artifici così strani e superficiali, non fecero presa neppure su Catherine. La loro inconsistenza, le contraddizioni e la falsità, la colpirono subito. Si vergognò di Isabella e si vergognò di averle mai voluto bene”.

Se ci riesce lei, con soli diciassette anni e tra i personaggi più nudi e indifesi della letteratura, c’è speranza per tutti di liberarsi dalle Isabelle di turno.

Tra i libri di Jane Austen finora letti, L’Abbazia di Northanger è quello che mi ha coinvolto meno. Eppure, l’ho letto in tre giorni: avvince ma non convince? Chissà … di sicuro non delude.

 

mercoledì, novembre 05, 2025

IL COGNOME DELLE DONNE di Aurora Tamigio

 


Trama

È la storia di una famiglia italiana raccontata attraverso tre generazioni di donne: nonna Rosa, sua figlia Selma e le nipoti Patrizia, Lavinia e Marinella.

La vicenda, partendo negli anni Venti e terminando nel 1983, attraversa un lungo arco cronologico.

All’inizio tutto si svolge in un piccolo paese di montagna, nella Sicilia più profonda; poi, con il trasferimento in città, il romanzo prende una nuova direzione e si apre a una realtà più ampia, segnata dai cambiamenti sociali e culturali del tempo.

 

Commento

Il libro appassiona fin dalle prime pagine con delle scene forti, la scrittura è semplice, immediata ma anche intensa e avvincente.

Benché io sia solita cercare armonia nella lettura, qui invece ne resto scossa. Eppure, ugualmente mi metto in ascolto.

Dell’autrice si percepisce l’amore per la sua terra e per le donne di questa terra. L’unico modo per dare dignità alle ferite di un sistema patriarcale e vessatorio è parlarne: sono proprio le sue protagoniste a farlo, uscendo dalle pagine e dal tempo per incontrare il lettore e impressionarlo con i loro lividi.

«Il padre di Rosa, Pippi Romito, diceva sempre che 'a femmina è comu ‘a campana: si ‘un ra scotuli ‘ un sona”. E lui, da che Rosa era stata abbastanza grande per prenderle, non aveva fatto altro che suonare lei e sua madre.»

Non tutti i personaggi maschili sono violenti ma, per alcuni, il ricorso alle botte è ordinaria amministrazione. La violenza nei confronti delle femmine non è una reazione in risposta a qualcosa, ma un’azione: un atto quotidiano, commesso con una spontaneità tale che trova spiegazione solo nell'assuefazione alla brutalità. Gli uomini che aggrediscono non sanno usare il pensiero, mai dubitano della loro condotta né danno prova di compassione verso figlie e compagne.

«E chissà se pure Ilario prendeva le mazzate, oppure a darle ai maschi non c’era gusto?»

Rosa, vessata da un padre padrone, si unisce in matrimonio con Sebastiano Quaranta, un compagno buono e rispettoso. La figlia Selma sposa Santi Maraviglia, il cui nome suona come un ossimoro: oltre ad essere un parassita mascalzone, Santi è anche prepotente, manesco e malvagio.

È pur vero che, se ci si abitua a dare le botte, non ci si dovrebbe abituare a riceverle. La forza delle figure femminili della storia è quella di riuscire a ribellarsi. Ciascuna donna della famiglia, secondo la propria indole e le possibilità dell’epoca, si affranca dal patriarcato. 

«Rosa, sul cuscino che ancora sapeva dei capelli di Selma, si era messa a pensare che forse non era male avere tirato su tre figli che non sapevano cosa fosse il sangue.»

La nonna, rimasta vedova, gestisce per anni in piena autonomia un’osteria che dà da mangiare a un’intera comunità. Selma, la più docile tra le protagoniste, pur sottomessa a un farabutto, impara un mestiere e lo trasforma in arte. Le figlie trovano nello studio e nel reciproco supporto altri strumenti per costruire la propria identità. In particolar modo, Patrizia si oppone alla patria potestà diventando lei stessa capo famiglia.

«Patrizia si aggiusta la cintura di seta e punta il naso contro le sue sorelle. “Lo sapevate, vero, che il cognome delle donne è una cosa che non esiste. Portiamo sempre quello di un altro maschio” … “Comincia tu a tenerti il tuo, e poi si vede”.»

Ho scelto questo libro per il titolo e per la mia scelta di utilizzare un doppio cognome.

Qualsiasi cosa abbia commesso Santi Maraviglia, sua figlia, sposandosi, si pone il problema se continuare ad usare il cognome paterno o assumere quello del marito. Abbandonare l’appellativo Maraviglia significherebbe pure lasciare andare una parte importante della propria individualità. Quel nome, pur provenendo da un genitore pessimo, contiene anche il modo in cui Patrizia e le sue sorelle ne hanno fatto uso. Quel nome dice da dove vengono e cosa sono diventate.

La riflessione sulla perdita del cognome femminile mi ha portato a fare una piccola ricerca storica per capire cosa prevedesse la legge; così mi si è aperto un mondo.

Fino al 1975, in Italia, vigeva il Codice Civile del 1942 per cui il coniuge era il capo famiglia: il padrone, il boss, il re della casa. Fuori poteva anche valere meno di un sasso, proprio come due personaggi del libro, ma in famiglia aveva il potere sancito dalla legge.

La moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede opportuno di fissare la sua residenza” (art. 144 del Codice Civile).

Il clima politico e culturale del ’68, le battaglie femministe e la crescita di una nuova consapevolezza sociale portarono, nel 1975, a una riforma del diritto di famiglia che stabilì la parità giuridica dei coniugi ed eliminò  il concetto di capo famiglia. Ci sono voluti ancora molti anni perché il cambiamento giuridico si traducesse in un mutamento reale del modo di pensare e, persino oggi, il patriarcato resta ancora fortemente radicato.

Di fatto, la scelta di Patrizia, in concomitanza con il proprio matrimonio, riflette una trasformazione profonda della mentalità e dei costumi.

Indipendentemente dal tipo di relazione che abbiamo avuto con chi ci ha messo al mondo, il cognome non è solo una parola o un'etichetta per distinguerci: ci lega alla nostra personale storia … conservarlo significa mantenere viva questa connessione.

Rossana Palieri Larose 



mercoledì, ottobre 22, 2025

MANSFIELD PARK di Jane Austen

 Care lettrici e cari lettori, sotto al post in italiano troverete anche una traduzione in tedesco.

Liebe Leserinnen und Leser, unter dem italienischen Post finden Sie auch eine deutsche Übersetzung.




Trama

Fanny Price, nata in una famiglia povera, viene accolta nella ricca dimora dei suoi zii, a Mansfield Park. Cresce timida e riconoscente, spesso messa in ombra dai cugini, ma dotata di profonda sensibilità e integrità morale.
Quando arrivano gli affascinanti fratelli Crawford, il loro fascino sconvolge gli equilibri familiari e sentimentali.

 

Commento

 

Jane Austen non delude mai.

 

Benché, sulle prime, Mansfield Park mi sembrasse troppo affollato da personaggi difficili da ricordare e la protagonista, Fanny Price, si presentasse come l’esatto opposto della mia amata Elizabeth Bennet (Orgoglio e Pregiudizio), la lettura, di pagina in pagina, mi ha conquistato.

 

Della Austen già conosciamo l’arte di distruggere con pochi versi i suoi bassi …naturalmente bassi nell’animo, non nella statura.

 

“La vostra gentilezza e pazienza non si dimenticano, la vostra instancabile pazienza nel cercare di rendergli possibile imparare la sua parte – nel cercare di offrirgli un cervello che la natura gli aveva negato, di costruire per lui una capacità di comprendere attraverso la superiorità del vostro intelletto!”


Io, che quando mi arrabbio i miei interlocutori li vorrei scuotere, che gli aprirei la testa per confermarne il vuoto… ebbene, io mi inchino dinnanzi alla classe di questa scrittrice. Lei denuncia la pochezza dei meschini e, quasi con indulgenza, ci mostra come costoro siano semplicemente ciò che sono; ci insegna che, in fondo, le anime basse non crescono, non evolvono, né si affrancano mai dalla peggiore versione di se stessi.

 

“Gli affronti della stupidità e le delusioni della passione cieca possono suscitare scarsa pietà. La punizione che lo colpì nasceva dalla sua stessa condotta.”

 

Della Austen già conosciamo il giudizio sull’epoca in cui vive: un tempo che, oltre a disattendere la crescita intellettuale del genere femminile, relega la donna al ruolo di ancella o figura ornamentale accanto a un maschio benestante. Ed è attraverso il personaggio di Lady Bertram che questa critica si esplicita in maniera sublime:

 

“All’educazione delle figlie, Lady Bertram non prestava la minima attenzione. Non aveva tempo per occupazioni del genere. Era una donna che passava le sue giornate sedendo ben vestita su un divano, intenta in lunghi lavori d’ago, di scarso uso e di nessuna bellezza, pensando più al suo cane che ai suoi figli…”

 

Lady Bertram è un personaggio di cui non ci si cura: il lettore la vede ma non la sente. Forse, in quanto prodotto del proprio tempo, riceve in cambio la stessa indifferenza di cui il suo tempo la fa oggetto.

 

In questo romanzo, più che negli altri, mi colpisce l’attitudine a scavare nella psicologia dei personaggi, dando vita a pagine di profonda analisi.

Le figure che più evolvono all’interno della storia sono quelle che riflettono prima su se stesse e poi sugli altri.

 

Fanny Price, apparentemente remissiva e sottomessa, fiorisce con un carisma tutto particolare. Rivela il fascino misterioso di chi non cerca la visibilità e, contro i propri interessi, pur di restare fedele al proprio sentire, respinge le soluzioni più facili e comode. I suoi pensieri rivelano una donna fiera e tenace, pronta al sacrificio.

 

Così come la scrittrice illumina i difetti e le imperfezioni dei suoi personaggi, allo stesso modo ne porta in alto le virtù.

 

Fanny splende di luce lunare. La sua bellezza è fatta di ombre, di silenzi e di discrezione. Con il suo agire rivela una straordinaria forza morale.

Nonostante la fatica di vivere all’interno di un sogno impossibile, lei non vi rinuncia. Come tutti, anche lei non può allontanarsi dalla sua natura: non può fare diversamente.

 

Il bello della faccenda è che, quando a seguire la propria indole sono i virtuosi, allora cambia il corso della storia.

 

“Ogni cosa era amica, o portava i suoi pensieri a un amico; e anche se c'era stata spesso molta sofferenza per lei... anche se i suoi moventi erano stati spesso fraintesi, i suoi sentimenti ignorati, e la sua comprensione sottovalutata; anche se aveva conosciuto i tormenti inflitti dalla prepotenza, dal ridicolo e dall'abbandono, tuttavia quasi ognuna di queste afflizioni aveva lasciato dietro di sé qualcosa di consolante.”

 

Jane Austen ci insegna a riconoscere gli stupidi, a comprendere che non si può offrire un cervello che la natura ha negato… e la storia attuale ci offre numerosi esempi.

Però, ci dice anche che vale la pena essere coerenti e continuare a marciare a testa bassa verso i nostri obiettivi, anche nelle peggiori condizioni, anche quando tutto sembra perso.

Finché ci si crede, quella è la direzione.

 

“Quando guardo fuori in una notte come questa, sento che non ci possono essere né cattiveria né dolore nel mondo; e certamente ci sarebbe meno dell'uno e dell'altro se gli uomini sentissero di più la sublimità della natura, e si lasciassero maggiormente trasportare al di sopra di loro stessi contemplando una scena come questa.”




Lieber Leser 

folgt unten die Übersetzung meines deutschen Beitrags


MANSFIELD PARK

Inhalt

Fanny Price, in einer armen Familie geboren, wird in das reiche Haus ihrer Onkel in Mansfield Park aufgenommen. Sie wächst schüchtern und dankbar auf, oft von ihren Cousins in den Schatten gestellt, besitzt jedoch eine tiefe Sensibilität und moralische Integrität. Als die charmanten Geschwister Crawford ankommen, erschüttert ihr Charme die familiären und emotionalen Gleichgewichte.

 

Kommentar

 

Jane Austen enttäuscht nie.

 

Obwohl mir Mansfield Park anfangs zu überfüllt mit schwer merkbaren Figuren erschien und die Protagonistin Fanny Price genau das Gegenteil meiner geliebten Elizabeth Bennet (Stolz und Vorurteil) zu sein schien, gewann mich die Lektüre Seite für Seite.

 

Von Austen kennen wir bereits die Kunst, ihre niederen Seelen … natürlich klein im Inneren, nicht in der Statur … mit wenigen Worten zu entlarven.

 

«Eure Freundlichkeit und Geduld werden nicht vergessen, eure unermüdliche Geduld, ihm zu ermöglichen, seine Rolle zu lernen – indem ihr ihm ein Gehirn anbietet, das die Natur ihm verweigert hat, und ihm die Fähigkeit vermittelt, durch die Überlegenheit eures Verstandes zu verstehen!»

 

Ich, die, wenn ich wütend werde, es vorziehen würde, meine Gesprächspartner zu schütteln, ihnen den Kopf zu öffnen, um die Leere zu bestätigen... Nun, ich verneige mich vor der Klasse dieser Schriftstellerin. Sie deckt die Kleinlichkeit der Menschen auf und zeigt uns, fast milde, wie sie einfach das sind, was sie sind; sie lehrt uns, dass die niederen Seelen nicht wachsen, sich nicht entwickeln und niemals von der schlechtesten Version ihrer selbst loskommen.

 

«Die Zumutungen der Dummheit und die Enttäuschungen blinder Leidenschaft können nur wenig Mitleid erregen. Die Strafe, die ihn traf, entstand aus seinem eigenen Verhalten.»

 

Von Austen kennen wir bereits ihr Urteil über die Epoche, in der sie lebte: eine Zeit, die nicht nur das intellektuelle Wachstum des weiblichen Geschlechts behindert, sondern die Frau auch auf die Rolle einer dekorativen Figur neben einem wohlhabenden Mann beschränkt.

Und durch die Figur der Lady Bertram entfaltet sich diese Kritik auf sublime Weise:

«Auf die Erziehung ihrer Töchter legte Lady Bertram keinerlei Aufmerksamkeit. Sie hatte keine Zeit für solche Beschäftigungen. Es war eine Frau, die ihre Tage damit verbrachte, wohlbekleidet auf einem Sofa zu sitzen, in lange Näharbeiten vertieft, die wenig nützlich und ohne Schönheit waren, und mehr an ihren Hund dachte als an ihre Kinder…»

 

Lady Bertram ist eine Figur, um die man sich nicht kümmert: Der Leser sieht sie, aber er spürt sie nicht. Vielleicht, als Produkt ihrer Zeit, erfährt sie die gleiche Gleichgültigkeit, die ihre Zeit ihr entgegenbringt.

 

In diesem Roman beeindruckt mich mehr als in anderen die Fähigkeit, tief in die Psychologie der Figuren einzutauchen und Seiten voller Analysen zu schaffen.

Die Figuren, die sich innerhalb der Geschichte am meisten entwickeln, sind diejenigen, die zunächst über sich selbst und dann über andere nachdenken.

 

Fanny Price, scheinbar unterwürfig und zurückhaltend, erblüht mit einem ganz besonderen Charisma.

Sie offenbart den geheimnisvollen Reiz jener, die nicht nach Sichtbarkeit streben und, entgegen ihren eigenen Interessen, aus Loyalität zu ihrem inneren Empfinden die einfachsten und bequemsten Lösungen ablehnen.

Ihre Gedanken zeigen eine stolze und entschlossene Frau, bereit zu opfern.

 

So wie die Schriftstellerin die Fehler und Unvollkommenheiten ihrer Figuren beleuchtet, hebt sie ebenso deren Tugenden hervor.

 

Fanny strahlt im Mondlicht.

Ihre Schönheit besteht aus Schatten, Stille und Zurückhaltung.

Durch ihr Handeln offenbart sie eine aussergewöhnliche moralische Stärke.

Trotz der Mühsal, in einem unmöglichen Traum zu leben, gibt sie nicht auf.

Wie alle kann auch sie nicht von ihrer Natur abweichen: Sie kann nicht anders.

 

Das Schöne daran ist, dass, wenn die Tugendhaften ihrer eigenen Natur folgen, sie den Lauf der Geschichte verändern.

 

«Alles war ein Freund, oder trug ihre Gedanken zu einem Freund; und selbst wenn sie oft viel Leid erfahren hatte… selbst wenn ihre Beweggründe oft missverstanden wurden, ihre Gefühle ignoriert und ihr Verständnis unterschätzt… selbst wenn sie die Qualen der Willkür, des Spotts und des Verlassens erfahren hatte, hinterliess fast jede dieser Leiden etwas Tröstliches.»

 

Jane Austen lehrt uns, die Dummen zu erkennen, zu verstehen, dass man niemandem ein Gehirn geben kann, das die Natur ihm verweigert hat…

und die heutige Geschichte bietet zahlreiche Beispiele.

Aber sie zeigt uns auch, dass es sich lohnt, konsequent zu bleiben und mit gesenktem Kopf auf unsere Ziele zuzugehen, selbst unter den schlimmsten Bedingungen, selbst wenn alles verloren scheint.

Solange man daran glaubt, ist das der richtige Weg.

 

«Wenn ich in einer Nacht wie dieser hinausschaue, habe ich das Gefühl, dass es weder Bosheit noch Schmerz auf der Welt geben kann; und sicherlich gäbe es weniger von beidem, wenn die Menschen die Erhabenheit der Natur stärker fühlen würden und sich beim Betrachten einer solchen Szene mehr über sich selbst erheben liessen.»

Ogni prigione è un'isola di Daria Bignardi

Cari lettori e care lettrici, sotto al commento in italiano, trovate anche una traduzione in tedesco. Liebe Leserinnen und liebe Leser, unte...